Stelle e tempeste

L’avventura di Alexander Gukov, dei sette drammatici giorni di luglio 2018 in cui rimasse bloccato a 6200 m sulla cresta nord del Latok 1, riportano alla memoria un episodio analogo che accadde in Pakistan, proprio nella zona dei Latok.

Le linee quasi parallele che si rincorrono nei profili di montagne gemelle; le difficoltà tecniche e ambientali simili; anche la quota del bivacco dei sopravvissuti che è più o meno la stessa, un punto irraggiungibile a causa del maltempo e della pericolosità della montagna anche per i soccorritori più bravi e coraggiosi. Se non fosse per gli elicotteri.

Nell’agosto 2009 Álvaro Novellón e Óscar Pérez scalarono il Latok II (7.108 m) riuscendo nella prima salita completa della cresta nord-ovest.
Questa notevole scalata purtroppo finì in tragedia, quando per una caduta durante la discesa rimase gravemente ferito Pérez.

Il ritorno al campo base di Novellón fu rocambolesco, una impresa nel dramma.
Intorno a lui si accentrò la solidarietà di molti alpinisti che prestarono il loro aiuto pronti intervenire. Gli americani del K2 con Fabrizio Zangrili, i catalani Corominas e Tosas, altri spagnoli e i baschi ma, sia per le condizioni meteo e i pericoli oggettivi, sia per la mancata acclimatazione di alcuni di loro, tutti erano concordi nel pensare che l’unica cosa che avrebbe potuto cambiare il risultato di questo salvataggio sarebbero stati gli elicotteri.

Intanto a 6500 metri, giorno dopo giorno, si consumava la fine di Óscar Pérez. Immobilizzato sulla cresta nord-ovest del Latok II con una gamba e una mano fratturate, abbandonato alla sua sorte, non gli fu più possibile alcun soccorso.
Oltre al dramma c’è un’orribile immagine simbolica, di un alpinista lasciato a morire sulla montagna. Come Longhi sull’Eiger, Vincendon ed Henry, Joe Simpson e Toni Kurz. Un uomo perduto ma ancora vivo e da salvare: lo scenario che rappresenta quanto di peggio possa capitare ad una cordata; e di quanto di più generoso vi sia nell’animo di chi tenta di salvarli.

All’epoca di Novellón e Pérez, il governo pakistano era riluttante nell’utilizzare gli elicotteri dell’esercito per il soccorso in montagna, figuriamoci se per salvare un singolo alpinista quasi sconosciuto. L’esercito pakistano non era disposto a rischiare uomini e mezzi in operazioni di questo stile e, soprattutto, mancava di addestramento specifico.
Ora le cose, dopo appena nove anni sono molto cambiate a livello organizzativo. Non tutto è perfezionato. Si tratta sempre di mettere insieme le tessere di un puzzle in lotta col tempo e il meteo: le sedi diplomatiche, le compagnie assicurative, gli alpinisti acclimatati in un raggio d’azione sterminato e soprattutto avere team di elicotteristi veramente in gamba.

Come quelli dell’Askari, evidentemente, l’agenzia che ha la concessione esclusiva di fornire servizi di trasporto ai civili su tutto il territorio pakistano, siano esse di tipo sanitario, emergenze varie o ogni altra necessità di tipo civile dovesse presentarsi.

Qualcuno ha parlato di un miracolo per il recupero di Alexander Gukov, solo sul Latok I da sette giorni dopo la morte del giovane compagno Sergej Glazunov.
Di certo quegli elicotteristi hanno fatto il massimo possibile: con i serbatoi a zero e taniche di carburante lasciati sul ghiacciaio e nessun altro soccorritore in aiuto che fosse contemplabile.
UNA possibilità.

Come abbia fatto un uomo prossimo alla fine a scrollarsi di dosso tutta quella neve che lo avvolgeva e ad agganciarsi alla long line con le mani congelate mentre i minuti inesorabili passavano. Quando l’elicottero non poté più tenere la posizione Alexander doveva ancora liberarsi dalla sua sosta. Ebbero solo tempo di aspettare il clic di sicurezza e l’elicottero cominciò a staccarsi dalla parete. In quel momento il cavo si tese fino quasi a spezzare il verricello, l’autoassicurazione si ruppe e Gukov fu finalmente liberato dalla grande montagna. Una possibilità.


In memoria di Sergej Glazunov e Óscar Pérez
Alpine Sketches, 2018