Falesie come spiagge

ostia

di Buzz *

In genere si muovono in branco. Quando si incontrano una o due unità isolate, è solo perché stanno cercando di raggiungere gli altri come loro.

Riconoscerli è facilissimo: hanno le macchine marchiate, le felpe marchiate, i pantaloni, rigorosamente cascanti, marchiati (ma di altro marchio). I pile, aderenti, e col cappuccio. Le lor facce sono scavate, patite, sofferenti, gli occhi cerchiati. Maschi o femmine, fanno impressione.

Insomma: due-tre capi di abbigliamento ad hoc, il volto smunto e l’andatura strascicata costituiscono l’esemplare tipico di arrampicatore romano appartenente alla tribù di una certa palestra. Il marchio di questa lo vedrete ovunque attorno a loro, quindi è inutile che ve lo dica.

Sembrano adepti di un culto che imponendo duro sacrificio elevi i suoi membri ai ranghi di un’umanità superiore. Infatti interloquiscono solo fra loro. Gli “altri”, inferiori, è come se non ci fossero. Lo sguardo su di essi non si posa o li attraversa in modo trasparente.

Se sono costretti dalle circostanze a scambiare una domanda-risposta, lo fanno con fastidio, anche se sono loro a chiedere. Poi tornano allo sguardo che non vede.

Quando salutano uno che non del loro circuito autoreferenziale, deve essere rigorosamente riconosciuto come “forte” dai loro guru. Altrimenti, se proprio devono, lo fanno a mezza bocca, gli occhi a terra. Un rapido cenno della mano come sperando che nessuno li veda in quel momento imbarazzante.

Se non hai quel marchio, se non sei della cerchia, non esisti. Sei un accidente territoriale, una pianta infestante, un sasso caduto.

Le falesie, quelle in cui loro vanno, quelle di moda, e loro fanno la moda che seguono loro, sono cosa loro. I parcheggi sono cosa loro. La base delle pareti anche. Ristoranti e aree campeggio pure. L’arrampicata, è cosa loro.
Se non ti piace il loro modo di essere, spesso piuttosto evidente, per usare un eufemismo, puoi andartene o startene a casa tua.

E, in effetti, in genere faccio di tutto per non averci a che fare. Seguo il loro sito di riferimento per carpire le rotte delle loro transumanze ed evitarle. C’è spazio per tutti, penso.

E poi quando ci si sfiora… “loro” sono appesi inevitabilmente nei settori duri, sia che facciano le vie o che non le facciano. Invece io, al top della forma, faccio tentativi dove loro si riscaldano. Quindi si sopravvive, nonostante loro.

Purtroppo però a volte le strade si incrociano. E gli spazi devono condividersi. E allora nasce sempre un qualche problema, perché per loro gli altri sono una fastidiosa presenza, appena tollerabile se contribuisce al gioco del vedo non vedo. Cioè: loro non ti guardano, tu non farti notare.

Il fatto è che… forse intorno ai dodici anni, credevo che qualcuno più bravo di me a fare una cosa cui tenevo fosse anche una persona migliore di me, ma già a quindici anni avevo capito che si può essere dei geni in qualcosa e nonostante tutto delle emerite teste di cazzo.

Con il trascorrere dei lustri, non ho avuto motivo di cambiare idea. Mi sono abituato a considerare gli uomini tali in funzione di quello che dicono, di come si comportano, e come fanno le cose. E se ti comporti da testa di cazzo, evidentemente lo sei, aldilà di quello che pensi di essere nel tuo piccolo circo banana.

Non potrei mai arrivare a pensare che un essere dall’aria malata, vestito come un pupazzo a molla, possa muoversi per il mondo come se questo gli fosse naturalmente deferente solo perché magari nell’ambito del suo branco di probabili minus habens lui è una specie di guru.

Ma tant’è. Il fatto è che se personaggi del genere possono dimenticarsi le regole basilari del vivere civile, è perché allignano in un humus culturale che li fa sentire esseri cui più o meno tutto è permesso, dato il loro “grado”.

Perché se è vero che gli imbecilli sono dappertutto e non si può dare la colpa a un marchio se chi lo indossa è tale in modo eclatante, è anche vero che se quel marchio è il simbolo di una certa cultura “sportiva” che santifica l’imbecille, nonostante imbecille, dato che fa il “grado”, il marchio diventa automaticamente un identificativo culturale negativo.

Ho sempre pensato che la bellezza vera dell’arrampicata è nella libertà di farne uno stile di vita. Il fatto che attualmente non pratichi l’arrampicata in modo competitivo non vuol dire che non capisca, e rispetti anche, chi invece impegna se stesso allo spasimo nell’allenamento o su un tiro, come se fosse una questione di vita o di morte.

Ma in realtà non c’entra niente quanto ti alleni, quanto sei forte, quanto sei “votato” a uno stile di vita. A meno che in qualche modo questo stile di vita non contenga, quasi implicitamente, una sorta di valore dell’uomo in funzione del grado, e una specie di “rispetto subordinato” alla gerarchia sociale del gruppo. Gerarchia in cui ovviamente chi è fuori dal branco semplicemente non esiste.

Quando questo stile di vita è tale da rendersi fastidioso per chi non lo condivide, ai membri più intelligenti di quel branco, quelli ancora in grado di guardarsi con spirito critico, bisogna dire qualcosa, perché poi non si può lavarsene le mani se qualcuno porta agli estremi certi atteggiamenti, oltre il confine del ridicolo, dicendo che gli imbecilli stanno ovunque.

Questo specie in un momento in cui l’arrampicata è in grande espansione e richiama sempre più gente, sempre più schizzati, maleducati, stronzi… nelle falesie o nelle aree boulder, ormai simili per fauna alle spiagge più coatte.

Le palestre, e alcune di più, hanno creato una comunità di tossici del grado, omologati conformisticamente nella loro pseusodiversità, tutti uguali come scimmie, e continuano a spacciargli la roba che chiedono. Non si fa nulla per cambiare certi valori, lasciando che si rafforzino e diventino la norma.

Allora è inutile interrogarsi su come sia mutata negativamente l’arrampicata, con tiritere su vari scempi che si vedono nelle e intorno le falesie, se in nome di una cultura che è sportiva solo nel senso della competitività esasperata, richiama in nome della legge della domanda e dell’offerta masse la cui educazione, prima di essere carente dal punto di vista sportivo lo è, tremendamente, da quello umano.

* testo adattato dall’autore da un post su facebook

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