Terra di fiume

stropa

Quando ci si avvicina all’età di quando è morto tuo padre cominci a fare geometrie di date e paragoni con gli avvenimenti.

Cinquant’anni fa, per dire, se solo avessi pensato al futuro avrei pensato alle astronavi verso la Luna e Marte, alla telepatia e anche ad altre invenzioni magnifiche come la chitarra elettrica. Il 2018 era una data futuristica tanto da immaginarmi già moltissimo vecchio e di dubitare del fatto che sarei stato ancora al mondo.

Gli anni in avanti non sono ponderabili. Sono il futuro irraggiungibile, sentieri tra i fiori e la luce mentre dietro alle spalle, di quel mio 1968, un’epoca davvero spensierata, c’era il ricordo tramandato di macerie, di avvenimenti oscuri (o mai completamente detti) e di pochi momenti lieti che si erano però volatilizzati in fretta.
Fu l’anno in cui mio nonno morì, avevo dieci anni, c’erano state le olimpiadi, al telegiornale ogni sera parlavano di guerra ma alla radio suonavano tanta bella musica dal mondo. Alla nonna consegnarono la medaglietta dorata del cinquantenario della grande guerra, lei che raccontava dei lampi delle bombe sul Grappa e sull’Altipiano, bagliori che nella notte si vedevano da tutta la pianura veneta e fino a Piazzola e Vaccarino.

Era gente che arrivava dall’800, vissuta in case antichissime e inospitali, con il pozzo per l’acqua di tutti gli usi ed il cesso nel campo. In una enorme e spoglia stanza di un casone di epoca napoleonica, quarant’anni prima era nato mio padre e quello fu l’inverno più freddo e lungo di sempre. La Limenella, la Roda e la Brentella, e giù fino al Bacchiglione, ghiacciarono. Si diceva che nella notte gli alberi gemessero dal gelo fino a scoppiare.

Un uomo, Pietro, che non amò mai quella vita e fece di tutto per cambiare ed essere diverso senza riuscirci mai.
Dalla terra alla terra, dai campi alla creta della fornace per fare sculture e poi ancora divenne pittore, con grande talento e sensibilità ma niente.

Si arriva quindi che ho l’età di mio padre quando è morto e in mezzo c’è stato di tutto, il boom economico e gli autunni caldi fino a dei tempi in cui non capita più un cazzo di niente e non si capisce perché debba andare sempre peggio.

Sì, è vero, nel frattempo sono cresciuto, ho letto qualche libro e suonate musiche moderne e parlate altre lingue e cercato di capire, studiare, anche amare e di guardare al futuro.

Ma non c’è niente da fare se sei uno di ‘quelli’. Rimarrai per sempre uno che viene da quei cinquant’anni prima, un passato che è appena lì, coe sgalmare sacagnàe, bugànze, spuaci e bastieme.
In una casa dove sempre si torna, per quanto letto, capito, imparato, ad essere quello che eri quando sei nato.
Dalla terra alla terra, tra le nebbie e i salici da stròpa, terra piana, terra di fiume.

 

testo e immagine di Stefano Lovison
Alpine Sketches, 2017