Una giornata nello Sichuan Tibetano

di Luca Vallata

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E’ mezzanotte e mezza, siamo in tenda al campo base e c’è il terremoto. Io non sono un esperto di terremoti, ma quello che ci sveglia una volta, e poi ancora mezz’ora dopo, mi sembra decisamente spaventoso. Al nostro campo va tutto bene, siamo in un bel praticello dove di solito pascolano gli yak, ma giù, al Rengo Gompa, il monastero buddista più vicino, i tre monaci eremiti potrebbero essersela vista brutta. O peggio, giù in fondo alla valle, al secondo monastero, questo davvero grande e colmo di monaci di tutte le età, potrebbe essere successo un disastro.

Tito, io, Tom il medico gallese e Rob il nostro kiwi, partiamo all’alba per controllare se è successo qualcosa. Due ore e mezza di marcia filata e arriviamo al Rengo Gompa: tutto tranquillo. Un camino fuma davanti all’entrata del monastero. Bene, successo niente sembra. Un monaco mi vede e si mette a ridere, ma a questo ci sono abituato, e col dito adunco della mano sporca appena esposto dalla tonaca rossa mi fa cenno di entrare.

Credo in generale di sembrare davvero esotico, ma anche brutto e ridicolo agli occhi dei locali, perché sempre, quando vedono la mia barba ed i miei capelli ricci si abbandonano in grassissime risate e, quando non me le fanno di soppiatto, mi domandano di fare una foto assieme. Io, che in viaggio mi faccio sempre un monte di scrupoli nel fotografare le persone (non siamo mica al safari insomma!)! Ma qui, a discapito della ovvia totale assenza di campo, tutti hanno lo smartphone e mi trattano come la scimmia del circo.

Entro nella stanza calda dei monaci appena svegliati, mangiano tsampa mescolata al burro di yak bevendo acqua calda e latte, sempre di yak. Con ampi gesti, risatine e il consueto caloroso sorriso tibetano mi offrono da bere e da mangiare. Dentro, l’altare dorato del Budda e le immagini clandestine del Dalai Lama Tenzin Gyatso e del Panchen Lama desaparecido. Loro se la ridono, e rido anch’io, di gusto. Scosse del 5.3 , come sapremo poi via satellitare, a questi non fanno neanche il solletico.

Scorgono dalla finestra Tito e gli altri, invitano anche loro a mangiare qualcosa. Tito riesce a farsi fregare dal monaco più sorridente, per 300 yuan mi faccio fregare sempre volentieri anche io, e si fa appioppare un rosario. Contrattazioni e discussioni, che avvengono a gesti da scimmione, ci donano una visita al monastero del quattrocento del quale loro sono apparentemente i giocondi custodi.

Una chiave medievale apre una massiccia serratura a coda di rondine, che a sua volta schiude una delle pesanti porta d’ingresso laterale. All’interno l’aria è piena di polvere, aleggia illuminata dagli occasionali raggi che scendono dall’intaglio sopra l’ingresso principale. Statue, Budda dorati, Budda magrissimi e Budda pitturati di blu; dipinte, figure antiche delle volte dai tratti decisamente indiani, delle altre mongoli. Tigri ed elefanti, poi ancora immagini di quello attuale e dei Dalai Lama passati. Rotoli di testi sacri nelle piccionaie sotto le navate laterali, sorrette, queste, da gigantesche colonne lignee, intarsiate ma lasciate grezze, non levigate.

Il pavimento scricchiola sonoramente ai nostri passi. Vedo quello che a me a prima occhiata sembra un maestoso giudizio universale, curiosamente simile al nostro, i buoni su in alto ed i cattivoni dannati, giù in basso; capirò solo poi che si tratta in realtà di una rappresentazione del ciclo delle reincarnazioni. Tutte queste immagini creano in me confusione, simbologie ignote che si riferiscono a storie e cicli che a me sono del tutto sconosciuti, agiografie, santi e scritture dei quali non conosco nulla.

Oramai la giornata è andata, ad ogni modo non era un gran che, pioviggina.
Io e Tito scendiamo al grande monastero a farmi ridere addosso dai monaci giovani. Arriviamo e sediamo stanchi e un po’ stufi, fuori del dormitorio bevendoci una Coca Cola comprata al monaco cassiere; più serio degli altri lui non sorride ma ghigna esibendo il dente d’oro.

Provo a domandare ad un monaco a caso se posso noleggiare una delle loro moto per tornarcene al campo, una delle tante che posteggiano sotto la tettoia davanti a noi. Modelli cinesi magnificamente addobbati, con la svastica contraria, tappeti e caproni, tutte con il portapacchi, l’ampia pedaliera posteriore, il cambio a bilancino (che non vedevo dai tempi del Testi) e le due sedi anteriori per le bottiglie di Coca Cola, questa volta contenenti la benzina di riserva. Ce ne prestano una volentieri, basta pagare.

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Partiamo allora per il ritorno al campo, io alla guida e Tito dietro a sopportare le mie inchiodate, le marce perse ed il fatto tragico che il freno anteriore non funziona. Insomma io una moto da cross così grossa non l’ho mai guidata.
Risalendo la mulattiera, davvero molto dissestata, abbassando la testa ad ogni filo di bandierine per non essere disarcionati, riusciamo a ritornare alle tende, molto sporchi ma rispettabilmente integri fisicamente.

Troviamo Peter l’irlandese e James, che in quanto inglese, alpinista, vagabondo, esploratore e campione di understatement vedo come un Tilman o uno Shipton; ci hanno preparato la solita macedonia all’inglese con tutte le pietanze di cui disponiamo al campo, cucinate, si fa per dire, senza una gerarchia precisa nello stesso pentolone.

In tenda, dopo il dolce posso scegliere uno dei libri che mi sono portato da leggere. Ci sono I Piccoli Maestri di Meneghello che ogni tanto mi fa incazzare ed ogni tanto mi esalta; Samatari del maestro Alfonso Vinci che mi fa viaggiare tra curiare, indios navigatori e tapiri; un Guerra e pace che neanche inizierò ma servirà egregiamente come spessore per il mio cuscino gonfiabile e Mitologia classica di Ramorino (? non so precisamente come sia finito nella mia borsa).
Allora approfitto e rievoco la disgraziata vicenda della dinastia Atride per sentimentalismo e nostalgia da liceo, e giù fino alle vicende di Troia fin quando Priamo il rege, riesce con le sue suppliche a sottrarre il corpo del figlio al Piè veloce ed agli appetiti dei cani e degli augelli.

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A Litang mi era capitato di assistere alle pratiche funebri del popolo tibetano: il corpo del defunto dopo tre giorni di riposo viene portato in un prato poco fuori la cittadina, lì viene letteralmente fatto a pezzi da un preposto con asce e pugnali, il cadavere così preparato viene lasciato a disposizione degli avvoltoi che si cibano delle sue carni davanti agli occhi attenti dei familiari che assistono a tutto il rito. Le differenze tra questa cultura e la nostra sono talmente profonde e antiche, che il provare a capire e scostare il velo delle apparenze da turisti della cultura richiederebbe un impegno ed una devozione per le quali non basterebbe tutto il tempo che mi resta.
Non ci resta che osservare e meravigliarsi.

 

testo e foto di Luca Vallata
alpine sketches 2016