Cronache dal Nuptse

Quando ho raggiunto la sommità della parete, Janez non era lì per salutarmi. Al suo posto c’erano soltanto il vento fortissimo e delle impronte, che si dirigevano verso la cima nord-ovest lungo il lato meridionale della cresta. “Ma adesso dove sta andando?” mi sono chiesto quando l’ho intravisto per un istante. Ho aspettato e l’ho chiamato: “Janez, Janez!”. Poi ho pensato: “Forse è andato avanti un po’ per dare un’occhiata”. Così, imprecando, ho cercato di raggiungerlo: dove si stava cacciando con quel tempo? Ad un certo punto, mentre il vento soffiava furioso, ho raggiunto le sue ultime tracce: ho visto soltanto la sua radio, accesa, capovolta sul lato opposto della cresta. E sono crollato». Janez Jeglič, classe 1961, uno dei migliori alpinisti di ogni tempo, era stato portato via dal vento. –  AAJ, 1998 

Un’eccezionale nuova via aperta sulla nordovest del Nuptse. La tragica e sconvolgente scomparsa del compagno Janez Jeglič sulla cima. E la discesa, un’odissea che terminerà dopo 41 ore di estremo sforzo psicofisico per sopravvivere e tornare alla base della parete, in un crescendo continuo di impegno ai limiti delle possibilità umane. Ecco la cronaca dell’incredibile esperienza di sopravvivenza di Tomaz  Humar nel 1997: la salita e la discesa dal Nuptse, seguita passo per passo da Giampietro Verza, in collegamento radio con l’alpinista sloveno, dalla Piramide dell’Everest.

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Humar sul Nuptse

Cronaca di un’incredibile sopravvivenza

di Giampiero Verza

Il 29 Ottobre, dopo due giorni di scalata, pongono la tenda a 6800. Il giorno successivo vede i due alpinisti attendere l’evolversi del tempo, incerto e con precipitazioni nevose a valle. Il rapporto meteo dell’aeroporto di Kathmandu ottenuto tramite la Piramide del Cnr dava instabilità, ma non grave peggioramento. Nelle prime ore del 31, il team, deciso ad un tentativo definitivo, riparte guadagnando rapidamente la difficile parte alta della parete, ormai al disopra dei giganteschi seracchi dello zoccolo glaciale inferiore, ma da lì esposti all’ipossia delle quote superiori a 7000 metri.

Continuano in uno stile di salita “double-solo”, senza mai ricorrere alla sicurezza offerta da qualche tiro di corda, spingendo i ritmi al massimo possibile. Dalla Piramide la visibilità sulla parte alta della parete è ottima, quando gli alpinisti sostano insieme ci colleghiamo con i walkie talkie, con loro ed il campo base, facendo il punto della situazione ricca di incognite per una via nuova su queste dimensioni di parete, a queste quote e per un gruppo di soli due alpinisti.

Durante l’ultimo collegamento sotto la sommità della parete, a circa 7600 metri, propongo agli alpinisti un’intervista via radio registrata dalla Piramide. Più tardi assisto commosso all’arrivo di Janez al termine della parete, su quel cono di ghiaccio e neve che unisce la muraglia al cielo. La radio rimane ancora muta, mentre tra folate di nebbia e neve lo vedo proseguire per la cima più alta di quel tratto di cresta, una scelta difficile, solo giustificabile da una grande passione e forza di volontà. Vedo a tratti quel puntino scomparire tra flutti di nuvole strappate dal vento. La radio tace, ne io ne Marian al campo base abbiamo il coraggio di rompere il silenzio.

Ma il tempo scorre troppo a lungo, e questo mi insospettisce. Per diversi lunghi minuti non vedo nessuno sulla montagna, ed a tratti la sommità scompare in fiocchi arrotondati dalla forza del vento. Poi la vita riappare, vedo Tomaz scorrere lento verso la cima, ergersi sopra e scomparire a sua volta. La radio finalmente rompe il silenzio, avvio la registrazione istintivamente. Non è una voce esultante, la conversazione in sloveno è secca a brevi battute, la voce di Tomaz rauca, poi nel crescere della comunicazione diventa rabbiosa, ed infine quasi implorante, arrendevole.

Marian mi chiama, Tomaz non trova più Janez, penso alla possibilità di uno stato confusionale. Stabilisco un colloquio calmo con Tomaz, cerco di fargli vagliare tutte le ragionevoli possibilità, di ricostruire una meccanica degli avvenimenti, ma alla fine la conclusione disperata è: “Peter, non c’è più nessuno qui, tutto intorno è strapiombante, è finita!”. Penso che dobbiamo ricondurlo alla ragione, dobbiamo riportarlo giù, gli spiego che a questo punto deve iniziare al più presto la discesa, deve alimentarsi, riposarsi, raccogliere tutte la sue energie e la sua concentrazione, ignorare la realtà quel tanto che basta per sopravviverle.

Tomaz finalmente si decide, chiede a Marian che io lo segua durante la discesa, è solo nella grande parete, ma sa che può contare sulle nostre indicazioni per la discesa, ha superato il tratto iniziale nella notte ed ora teme di non ritrovare i passaggi. Scende lento verso la valle del Silenzio, evitando la faccia nordovest spazzata dal vento, dalla stessa forza che forse ha strappato Janez dalla cima, di lui sono rimaste solo due orme nel lembo di neve della cima, ed il walkie talkie, portato da Janez è rimasto miracolosamente lì, in attesa di Tomaz. Seguo con ansia il puntino che riappare sulla cresta, e si avventura nella parete, faccia a monte, una lunghissima discesa, un arto per volta, la tensione e la concentrazione al massimo, un solo minimo errore e tutti gli sforzi fatti per ritornare e sopravvivere saranno inutili.

Sono le 15 e rimangono poche ore di luce, il puntino ritorna a disperdersi nell’immensità di una parete che man mano che scende si allarga, il filo tenue della sequenza dei passaggi percorsi lo tiene in vita, abbiamo stabilito per lui un codice di risposta basato sulla pressione del tasto di trasmissione della radio, ci risponde con una, due o tre impulsi, per risparmiare le batterie e la voce. Più tardi, ancora alto nel tramonto Tomaz sembra nel mezzo di una colata d’oro, la bellezza dei colori è impassibile al destino di un uomo compiutosi in pochi secondi, in pochi metri.

Sei in un posto splendido penso, ma hai pochi minuti di sole, ed una parete immensa da scendere, presto la temperatura crollerà almeno a -20 C. Il resto della sera trascorre nel seguire la minuscola luce tra i couloir della parete, alcuni traversi sono i punti chiave di collegamento tra questi, Tomaz non può sbagliare, non avrebbe la forza di risalire a lungo.

Attorno alle 21 è nel canale in verticale alla tenda, ma una fascia di granito liscia e ripida impedisce l’accesso diretto al campo. Tomaz chiede dov’è la tenda, deve arrivarci per sopravvivere, rafforziamo la vigilanza, ma la sua luce non è più ben visibile, a tratti sparisce, e posso solo immaginare la sua posizione, scrutando la parete alla luce delle stelle, a malapena distinguendo i tratti nevosi dal ghiaccio e dalle rocce. Tra le 22 e le 24 è al bordo superiore della fascia rocciosa, per qualche motivo non riesce a trovare il passaggio, nonostante le indicazioni che gli trasmetto, poi, miracolosamente trova il tratto di misto e ghiaccio vivo che prima in verticale e poi in diagonale lo conduce verso la tenda.

Spendo la notte su un sasso, avvolto in un sacco a pelo devo strizzarmi gli occhi per evitare la persistenza delle immagini sulla retina, non mi è sempre ben chiaro dove sia, ma penso sia sulla strada giusta. Alle 1 di notte del 1 Novembre un filo di voce stentorea rompe il silenzio alla radio: “ho trovato la tenda”. Credo che Marian sia credente e che in questo momento sia profondamente commosso e stia ringraziando Dio, prima di lasciare Lobuche metterà una minuscola croce nel piccolo ometto sulla collina morenica che domina la Piramide. Gli imponiamo di bere e mangiare qualcosa e darci il punto sulle sue condizioni.

Tomaz chiede di riposare, gli concediamo quindici minuti, chiede della musica, la Piramide diventa una stazione di terapia musicale, la cassetta degli U2 gira sempre più lenta, il walkman è congelato. Mentre questo si scalda tra le mie gambe trasmetto Chopin, da un altro registratore. Forse non è quello che gli serve, ma penso gli ricordi la vita, comunque. Nonostante tutto è in buone condizioni, Marian lo assiste nella sua lingua, mi raccomando di tenerlo sotto controllo, mi butto in un sacco a pelo.

Dalle prime luci della mattina guardiamo alla tenda, ma la radio non dà segnali, le ore passano lentamente, la microscopica macchia rossa a tratti è avvolta da folate di neve sollevata dal poderoso vento del Tibet, piccole valanghe di neve polverosa scendono elegantemente nei verdi colatoi della parete, dal grande seracco a destra del campo altra neve prende il volo nascondendo la parete sud con un velo bianco. A metà mattina il campo è ancora in ombra, sembra un posto dove non possa più ragionevolmente esserci nessuno vivo. Parlo con Marian e con i Polacchi che da ieri abbiamo allarmato per una possibile spedizione di soccorso, a turno chiamiamo Tomaz, ad ogni ora il nostro sconforto cresce, l’ultima speranza è per il momento in cui il sole toccherà la tenda, rianimandolo, speriamo.

Alle 11:30 un filo di voce nella radio, Tomaz è ancora vivo, provato da una notte gelida dopo che una perdita di gas aveva provocato una fiammata che aveva parzialmente distrutto la tenda. Durante tutta la notte Tomaz ha dovuto lottare col vento e con la neve che si ammassava in tenda, sette figure irreali l’avevano aiutato a trattenere la tenda e a liberarla dalla neve, rassicurandolo continuamente. Così era riuscito a vincere la grande stanchezza, era sopravvissuto, ed ora il sole stemperava il gelo notturno concedendogli un’ultima possibilità.

Lo sproniamo ad iniziare la discesa subito, dai 6800 metri della tenda ha ancora 1500 metri di parete da scendere, ed i primi 1000 metri sono ancora tecnicamente impegnativi, inoltre nel pomeriggio i canali ed i colatoi sono puntualmente percorsi da valanghe mosse dal sole a perpendicolo. Dalla sua ha solo il vantaggio di una maggiore ossigenazione man mano che scende, ma la stanchezza che va accumulandosi può aver la meglio anche su questo alpinista deciso a sopravvivere a tutti i costi.

Inizia la discesa poco prima dell’una, fortunatamente è abbastanza veloce sui tratti nevosi aperti, Marian lo guida nei tratti obbligati e gli dà la direttiva di discesa nei pendii, Tomaz è così solo concentrato sulla discesa, divenendo una vera macchina da arrampicata su ghiaccio, piazzando gli attrezzi quel tanto che basta per abbassarsi il più possibile.

Dalla valletta della Piramide posso seguirlo solo risalendo un tratto di morena del Lobuche Glacier, è un’inconsistente figura che sfida un ambiente verticale percorso sempre più spesso da smottamenti di neve, penso che se qualcuno qui possa avere la sensazione di sentirsi niente questo è lui in questo momento. Marian a metà pomeriggio parte con alcuni polacchi per la base della parete, ormai non resta più tanta luce quando Tomaz sparisce alla nostra vista dietro un contrafforte.

Nel crepuscolo è ancora impegnato su difficili tratti di misto appena sotto i 6000 metri di quota, la squadra di soccorso deve attraversare un complicato tratto di ghiacciaio a “cascata di ghiaccio” prima di potere avvicinarsi alla base della parete. Nel frattempo preparo dell’ossigeno, la camera iperbarica, ed un’altro walkie talkie che invio con un medico dell’Himalayan Rescue Association al campo base dei Polacchi.

La notte prima avevo già precettato un’altro medico in visita al Kala Pattar chiedendogli di recarsi ad attendere l’arrivo di Tomaz, nell’ottimistica ipotesi che questo avesse raggiunto vivo la base della parete.

Dall’oscurità Tomaz impreca via radio con una voce più inesistente che fioca, non ha più energia nelle batterie della frontale, in equilibrio sul pendio glaciale per diverse volte spegne la pila per qualche minuto per ottenere qualche secondo di luce per cercare una posizione dove attendere la squadra di soccorso. Ora è solo nella notte, al buio e quindi senza possibilità di muoversi, ancora in parete, le stesse batterie della radio sono alla fine, gli chiediamo di attendere, di aver pazienza, la squadra di soccorso farà il possibile per raggiungerlo.

Ricomincia un’altra sera di attesa, scendo al lodge perchè sò che devo mangiare qualcosa, è difficile affrontare la curiosità dei trekkers, che più tardi si addormenteranno soddisfatti della loro salita al Kala Pattar da cui avevano potuto vedere quell’alpinista perso nella grande parete.

Ricomincia un’altra notte, la squadra di soccorso è riuscita a raggiungere la base del plateau sopra il quale si trova Tomaz, Marian è in arrampicata sul camino di misto, tra le rocce ed il seracco, alla fine dei primi 50 metri di corda ne giunterà altri 50, alla fine di questi recupererà tutta la corda e proseguirà con i 100 metri da solo.

Passano ore lunghissime, ogni ora contatto i medici al Base e la squadra di soccorso polacca rimasta alla base del plateau, Marian è solo e senza walkie talkie, ogni tanto Tomaz da un flebile segnale. Ad alcuni collegamenti la squadra polacca non risponde, impongo comunque ai medici la continuità degli appuntamenti, serve il loro parere dal momento in cui Tomaz può essere assistito, non abbiamo idea delle sue condizioni, ma potrebbe essere qualsiasi cosa. Ho il timore che Tomaz possa cedere da un momento all’altro, spero che Marian riesca a trovarlo nell’oscurità prima che sia troppo tardi.

Attorno a mezzanotte Tomaz dà ancora qualche segnale, cerco di rincuorarlo, gli sembra di vedere Marian ma gli è difficile valutare la distanza, gli chiedo di utilizzare le ultime energie per farsi localizzare, deve usare gli attrezzi per far rumore, credo che non abbia più gran voce e comunque nessuna luce, deve cercare di provocare suoni in qualsiasi modo. Alle 1:00 del 2 Novembre in un rantolo di voce Tomaz annuncia l’arrivo di Marian, dieci minuti dopo i due sono riuniti sul terrazzino, sento la stanchezza, l’emozione e la soddisfazione nella voce di Marian quando mi conferma che le condizioni di Tomaz non sono male, scenderanno lentamente insieme usando le corde fino alla base del camino dove incontreranno i Polacchi. Allarmo la squadra di soccorso ed i medici, attendiamo con ansia la discesa dei due.

Alle 2:30 Tomaz raggiunge la squadra di soccorso, i medici controllano le sue condizioni via radio, le conclusioni stupefatte sono che l’alpinista è in grado di camminare con le sue gambe fino al campo base, ha sicuramente dei piccoli congelamenti alle dita dei piedi, ma questo è niente in confronto a quello che ci aspettavamo avrebbe potuto avere. Tomaz raggiungerà il campo base alle 7:30 del 2 Novembre, la sua odissea cominciata alle 14:30 del 31 Ottobre dopo la scomparsa del suo compagno Janes sull’anticima del Nuptse terminerà dopo 41 ore di estremo sforzo psicofisico per sopravvivere e tornare alla base della parete, in un crescendo continuo di impegno ai limiti delle possibilità umane.

Parete ovest del Nuptse e la via di Tomaz Humar e Janez Jeglič alla cima Ovest II, 7745 m. con i tre campi a 5900, 6400 e 6800 m.

Parete ovest del Nuptse e la via di Tomaz Humar e Janez Jeglič. I due sloveni attaccarono la vergine parete nel periodo post monsonico del 1997 arrampicando in puro stile alpino e in double-solo, salvo per il tratto nel dedalo di crepacci dell’ice fall e nella parte bassa della via. Bivaccarono a 5900, 6400 e 6900 m. riuscendo a trovare una strada per la cresta ormai in vetta della cima Ovest II, 7745 m. La via mai ripetuta o tentata ha un dislivello di 2500 m con tratti a 90° e difficoltà di V e WI5.

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Memorial dedicato a Janez Jeglič a Gorak Shep (fuorivia.com)

Testo di Giampiero Verza
Montagna Tv, 2009
Story courtesy of  http://www.peterpyr.net
Foto Silvo Karo e Humar.com
Info Günter Seyfferth
Tracciato ed elaborazioni a cura di Alpine Sketches, 2015