Stona


Stona

di Luca Visentini

…..Stona aveva un cavallo immaginario di nome Stoneone che richiamava con voce nasale e vibrante, o con un fischio acuto e potente da sentinella delle marmotte in un’alpe. Il cavallo arrivava, scalpitava, nitriva e sbuffava, per calmarsi ed entrare nel cerchio dei ragazzi che all’angolo tra via Goldoni e via Cicognara si sarebbe nuovamente scomposto al sopraggiungere di un altro amico: – Ciao, come va? -, – Ciao, sono in crisi.

…..Ovviamente Stona non si chiamava Stona, ma il soprannome tratto dal diminutivo del proprio destriero prevalse sul nome e sopravvisse per anni alla sua adolescenza creativa. Tanto che il fratello più giovane, sebbene sfiorasse i due metri di altezza quanto il maggiore, viene ricordato tuttora come Stonino.
…..Discutevamo, dicevano che contestavamo, cercavamo soluzioni comuni, e già Stona era un toccasana per il nostro disagio.

Esperto per suo conto di pallacanestro grazie alla statura, non c’era verso che riuscisse a battere la rimessa laterale con entrambe le mani dietro la nuca quando giocava a pallone con noialtri, così che gliela davamo buona, la stessa rimessa, senza rivendicarne il cambio, malgrado la impostasse come un tiro libero dalla lunetta e lasciasse poi le braccia in tal modo sollevate quel secondo di troppo da sembrare, più che un calciatore o un cestista, un antico egizio. E piuttosto che un’intera orchestra, prerogativa questa di Mina, lui aveva nella bocca tutti gli altri rumori del mondo, a cominciare dallo “sparo di Winchester e susseguente eco rilanciata di spalto in spalto lungo i profondi e tortuosi canyon del Far West” con cui speravamo partecipasse e confidavamo stravincesse alla Corrida di Corrado. Ma Stona si schermiva, gli bastava esibirsi con noi spontaneamente, e se lo sollecitavamo più del necessario rischiavamo che l’uomo impazzisse e l’animale s’imbizzarrisse, tra raffiche di assordanti fischi nella direzione di via Sidoli, corso Plebisciti e viale Piave, e metallici rimbombi di “Stoneone one one one…” per il resto del quartiere.

…..Fino a che nel dicembre del 1969 i Rolling Stones pubblicarono con Let It Bleed il secondo di ben quattro album consecutivi che una critica musicale storicamente avversa come quella italiana non poté esimersi dal considerare dei capolavori. Stona, ragazzone di strada, mi accompagnò volentieri a piedi alle Messaggerie in centro, là dove concedevano la possibilità di ascoltare un 33 giri per alcuni minuti prima di acquistarlo, si strinse con me in una delle apposite cabine, lo incuriosì l’attacco del long playing con Gimme Shelter. Volle al ritorno venire a casa mia per ascoltare il disco intero, dopo di che volle riascoltare il primo apocalittico pezzo contro la guerra in Vietnam, era la terza volta ormai, era fatta, gli si ruppe il canto cercando d’imitare nell’acuto di “love, sister” l’intensissima soprano Merry Clayton che aveva duettato in sala d’incisione con Mick Jagger, provando a sorseggiare quindicenne un Martini sottratto all’armadietto dei liquori di mio padre ruppe nell’agitazione il bicchiere di cristallo del servizio bello che mia madre ci avrebbe rimproverato per la vita. E per lui da lì in avanti non avrebbero avuto più l’importanza di un tempo le scatenate liti nei saloon, nonostante sapesse all’occorrenza reinterpretarle con i dovuti distinguo tra il suono di un cazzotto piazzato dritto nel muso e quello di una sedia spaccata sulla testa. Si era innamorato d’un botto e di un amore che non poteva essere che grande del sound degli Stones.

…..Nel giro di poche settimane si mise in pari con la mia conoscenza pluriennale del complesso. Con i loro poster non ci fu partita: io avevo rinunciato fin da quando mi era stato strappato da sopra il letto il ritaglio di giornale che li ritraeva capelloni e sfrontati come non mai sotto il titolo “Lascereste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?”; lui, che aveva i genitori più buoni di corso Plebisciti, ne appese addirittura venticinque in camera sua, ricoprendo persino il soffitto. E così, se per prendere delle patate dal balcone del mio appartamento in via Ceradini mi fossi riaffacciato sul cortile interno, contiguo al suo e ad altri vari cortili, dopo l’irrinunciabile segnale d’avvertimento della marmotta non avrei più sentito l’accorrere del fidato compagno al galoppo bensì una facile strofa di Love in Vain, quale “when the train come in the station”, in un inglese tanto irruente quanto rintronante, e se dalla cucina mi fosse stata quindi chiesta anche una cipolla Stona avrebbe rilanciato, riavvistandomi, con una più sofisticata “with a suitcase in my hand” (sì, una valigia, avrebbero comunque potuto tradurre che la teneva nella propria mano pure in via Nullo e in quella via Goldoni, ancora, che completava l’esteso quadrilatero del caseggiato). Non era particolarmente intonato ma aveva timbro, grinta e capacità di estrarre ritmo e poesia dalla città, innegabilmente rock. Quando dell’insuperabile Gimme Shelter uscì una versione cinematografica mi convinse a saltare insieme la scuola e ad assistere alle sette ininterrotte proiezioni quotidiane presso la piccola sala d’essai Rubino, nella centrale via Torino, muniti di pranzo e cena al sacco. Terminata la programmazione, in piena notte, fuori dal cinema, sfidando le forze dell’ordine nonché le belle arti staccò dai muri porosi della vecchia Milano diversi centimetri d’intonaco e la locandina gialla e nera del film che riprendeva Mick di lato, in mezzo al palco, con i pantaloni borchiati e le accattivanti labbra sul microfono, e Keith Richards, soprattutto, piegato alla chitarra in un assolo. Microfono e palco caratterizzarono anche la sua personale apoteosi, la volta che in un momento di scarsa sorveglianza riuscì a intrufolarsi attraverso il pensionato studentesco San Gaspare Bertoni nel salone parrocchiale di Santa Croce, sempre in via Goldoni, e dopo avere collegato in sessanta secondi gli amplificatori riprodusse nei restanti quattro minuti pianificati, al massimo volume prima di darsi precipitosamente alla fuga, il brusio della folla, l’annuncio di “Ladies & gentleman, are you ready? The Rolling Stones! The Rolling Stones! The Rolling Stones!”, la folla di nuovo e in delirio, qualche accordo preliminare del basso con la batteria, l’avvio di Simpathy for the devil (sì, il diavolo, e a sentirne voce, cori e strumenti distorti dall’esclusiva bocca di Stona io e due altri amici, al seguito, soltanto) e la conclusione del microconcerto – i passaggi più salienti rimarcati dai colpi di frusta della cintura – con Midnight Rambler, cioè il “vagabondo di mezzanotte” Albert De Salvo, lo strangolatore di Boston. Mai domo, e con la tenace nonna materna sull’unica isola stabilmente abitata del Lago Maggiore, il giorno in cui lo avevo accompagnato a trovarla e ci era capitato per una digressione di percorrere a piedi il tratto di strada da Baveno a Stresa mi propose d’ingannare il tempo, mentre marciavamo, sfidandoci nell’indovinare gli attacchi o i “riff” delle canzoni del nostro gruppo preferito; a turno, uno avrebbe accennato un motivo e l’altro avrebbe dovuto riconoscerlo il più in fretta possibile, schiacciando un pulsante non ricordo bene se elettrico o elettronico per interrompere l’esecuzione e poter dare la risposta; giunto finalmente all’imbarcadero, pratico dei luoghi e in balia a quel punto delle vibrazioni del fantomatico pulsante, trasse in inganno anche i turisti presenti annunciando la partenza di un battello a quell’ora inesistente per l’Isola Bella, l’Isola Madre e l’Isola dei Pescatori. Ancora più su, sopra la Val d’Ossola, nella prateria per eccellenza delle Alpi, Veglia, durante una vacanza di soli giovani e di continui incanti, in un sottotetto caldo e solido di legno e ardesia ci svegliava ogni mattina mediante un registratore portatile con le dolci note di Wilde Horses, di modo che non lo prendevamo a male parole, anzi sorridevamo, ricominciavamo da subito a sognare e sognavamo cavalli selvaggi. E ritornando al nostro quartiere allora interclassista, i palazzi più poveri valevano per lui quanto quelli di lusso, dato che sugli angoli di ognuno aveva democraticamente scritto con un pennarello in un piccolo riquadro la formazione della “band”, senza dimenticarsi al piano, dopo avere sistemato “vocal”, “guitar”, “bass” e “drums”, il Rolling Stone che non appariva perché non aveva la faccia da Rolling Stone, ossia Ian Stewart.

…..Non so poi se Stona visse intensamente anche l’uscita del quarto capolavoro, Exile on Main Street, non so fino a quando trasse ispirazione dalla passione musicale che avevamo condiviso, nel 1972 ormai eravamo per certi versi altrove e nei nostri diradati e pur affettuosi incontri da adulti minimizzammo o non ne riparlammo affatto, come se si fosse trattato di un’infatuazione fanciullesca e non di un vero amore, come se fossimo diventati di quelli che non la contano giusta e che omettono per farsi sempre belli o più grandi. Preferisco però pensare che sia stato in seguito semplicemente pudore, una sorta di rivincita della timidezza nell’età matura, e che nessuno dei due possa avere scordato che nel settembre del ’71, poco prima che ci allontanassimo, quasi all’incrocio di via Goldoni con via Cicognara, daccapo, lato chiesa, di fronte all’autorimessa dove i figli di sette e otto anni dello storico titolare parcheggiavano le vecchie Cinquecento guidando in piedi, con la testa fuori dal tettuccio apribile, perché altrimenti non sarebbero arrivati ai pedali, sostò per lunghi giorni un camion, che credevamo abbandonato, della Seven Up. Le sere Stona si metteva al volante di questo camion aperto e immobile, e fingendo di avviare il motore annunciava: – Tranquilli ragazzi, Keith, Mick, Charlie, Bill, tranquilli, abbiamo già caricato gli strumenti e viaggiando tutta la notte arriveremo in tempo per l’importante concerto di domani al Madison Square Garden -. Delle volte, da un quarto piano, scendeva e si aggiungeva a noi in tournée coi Rolling Stones, nell’abitacolo, anche Alessandra.

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