Un ricordo di Lorenzo Massarotto

di Francesco Lamo

Antefatto

Correva l’anno 1989 o forse 1990. Era autunno e con la mia Honda a quattro tempi, dopo l’opportuna pausa caffè al Bar alla Speranza, entravo nella ridente Valle di Schievènin appunto speranzoso di incontrare qualcuno con cui arrampicare e soprattutto con cui sognare di montagna e di vie. A quel tempo frequentavo, a stento, l’ultimo anno di ragioneria e non avevo sensati progetti di studio o lavoro per gli anni a venire: mi interessava solo arrampicare e divertirmi.

A volte, a Schievènin, avevo il privilegio di arrampicare con alpinisti davvero molto preparati, come Roberto Calabretto, Maurizio Felici o Pierangelo Verri. In particolare consideravo -e considero tuttora- quest’ultimo un vero fuoriclasse: era straordinario vedere arrampicare Pier e, anche su difficoltà al suo limite, sembrava salisse senza il minimo sforzo.

Quel giorno, dopo un paio di salite senza corda sulla Bastionata Sud, mi diressi verso l’impegnativa Parete dell’Orto, di fronte alla quale incrociai lo sguardo di un uomo sulla quarantina che mi chiese se gradivo salire un paio di tiri in compagnia. Risposi di sì.

Il mio occasionale compagno di cordata iniziò con L’invadente, data VI+ (i gradi francesi non erano ancora d’uso comune a Schievenìn): mi colpì la sua naturalezza nella progressione ed il fatto che sembrava stesse arrampicando come fosse in montagna. Non utilizzava infatti tecnicismi evoluti quali, ad esempio, incroci di gambe o movimenti in bilanciamento, forse perché non ne aveva bisogno. Arrampicava solo in modo diretto, cioè frontalmente alla parete, e con tre punti sempre ben fissi e in un batter d’occhio arrivò in catena.

Quando ritornò a terra sembrava non fosse in alcun modo fisicamente provato da quella salita ed accennò un timido sorriso. Forte della mia esuberanza giovanile, rigorosamente in moulinette cercai di imitarlo e riuscii anch’io ad arrivare alla catena, anche se l’indurimento dei miei avambracci tradiva la mia espressione apparentemente rilassata.

Continuò con la via dei D.D. (VII-), caratterizzata da due strapiombi gialli e l’esito della sua progressione si rivelò identica al precedente: semplicemente fluida, scorrevole, rilassata. Era completamente all’altezza delle difficoltà. Da parte mia, sempre da secondo in cordata, riuscii ancora ad arrivare alla sosta senza appendermi alla corda, ma ormai la mia resistenza era compromessa.

Il mio compagno mi diede il definitivo colpo di grazia percorrendo, in totale tranquillità, Alta tensione (VII+), itinerario che percorreva uno strapiombo lungo lo spigolo di sinistra della Parete dell’Orto, rasente ad un traliccio dell’Enel.  Io, giunto allo strapiombo, pendolai miseramente in fuori, sfinito. Il misterioso compagno mi calò alla base chiedendomi se volevo proseguire, ma i miei avambracci non accennavano a sgonfiarsi ed ormai s’era fatto tardi. Mi complimentai con lui, ma egli rispose che aveva già percorso quelle salite e che alla fin fine non erano poi così impegnative. Apprezzai molto il suo tono pacato e la serenità che si portava dentro. Non lo rividi più.

Qualche anno dopo, sfogliando una rivista non specializzata, riconobbi il  capocordata di quella giornata nel noto alpinista padovano Lorenzo Massarotto.

Lorenzo in cima al Campanile dei Camosci dopo la via degli Antichi alla Seconda Pala di San Lucano (foto Ettore De Biasio)

Lorenzo in cima al Campanile dei Camosci dopo la via degli Antichi alla Seconda Pala di San Lucano (foto Ettore De Biasio)

Lorenzo nacque il 17 luglio 1950 (il nome di una via nel gruppo della Moiazza riprende esattamente la sua data di nascita) a Santa Giustina in Colle, ma ben presto si trasferì con la sua famiglia a Villa del Conte, sempre in provincia di Padova.

Dopo il periodo adolescenziale, diviso fra la passione della pesca (celebre fu la cattura di un luccio di oltre un metro gettandosi direttamente nel fiume) e quella delle corse automobilistiche, refrattario ai padroni ed agli ordinari schemi sociali imposti, finalmente trovò la sua strada nella montagna e nell’alpinismo. Nel 1973 salì in cordata la sua prima via alpinistica, la Langes al Dente del Cimone (Pale di San Martino), itinerario che ripercorse in solitaria pochi giorni dopo. Da quel momento in poi sarà per lui una crescita alpinistica ininterrotta, sia dal punto di vista tecnico e dell’impegno globale, ma soprattutto sotto il profilo emozionale e di ricerca interiore. Negli anni a seguire ripeté le più importanti vie delle Dolomiti e firmò, sempre negli anni ’70, alcune prime di assoluto rilievo, tra cui merita ricordare le seguenti prime solitarie: Aste-Susatti alla Punta Civetta, spigolo nord dell’Agnèr (in salita e poi in discesa), Navasa alla Rocchetta alta di Bosconero e, soprattutto, della Cassin e poi Carlesso (ad una settimana di distanza l’una dall’altra) alla Torre Trieste (Civetta), poco più che venticinquenne.

Lorenzo Massarotto, chiamato dagli amici “Mass”, adorava in particolare la conca agordina e le sue montagne ed elesse in quel periodo la pacifica Valle di San Lucano come sua dimora abituale. Per lunghi periodi pernottava nei numerosi fienili distribuiti lungo questa “Valle dei Sogni” e, dopo le sue esplorazioni verticali, si accontentava di riprendere le forze anche solo bevendo del latte fresco (Lorenzo aveva un po’ una fissazione per il latte e lo riteneva un alimento completo per vivere) e leggendo un quotidiano, spesso offerti da qualche amico. Con la montagna e la natura in genere, che considera parte integrante di se stesso, cercava il più profondo contatto spirituale. Per questo suo modo di vivere, a volte il Mass è stato addirittura descritto come un rinselvatichito, ma –contrariamente- era davvero un uomo di mondo, abile nel confrontarsi con tutti e a discutere anche di arte, cultura e politica. Tra i suoi luoghi di ritrovo conviviale, che raggiungeva addirittura con il suo ciclomotore Ciao partendo dalla provincia di Padova, devono essere ricordati il ristorante “Dalla Mena” in Valle di Santa Felicita, vicino a Bassano del Grappa, e il “bar Garibaldi” ad Agordo (l’Antica Liquoria Garibaldi per la precisione, a cui è stata dedicata una bella via nel gruppo della Moiazza). Qui Lorenzo, con i suoi amici, apprezzava in particolare giocare a scacchi.

Lorenzo Massarotto amava soprattutto le vie nuove in ambienti severi e scomodi da raggiungere, senza eccessive forzature artificiali e, soprattutto, senza vie ad ogni costo. Con tristezza evidenzio che Lorenzo, nel capolavoro di Ettore De Biasio “Pale di San Lucano” dichiarò che questa sua esortazione alla moderazione, al senso della misura, probabilmente non sono altro che la maschera allo struggimento per un mondo e un periodo che non c’è più. Questa ideologia classica, tanto cara a Lorenzo, che punta ad avvicinare la montagna con soli mezzi leali (by fair means) viene discussa da decenni: personalmente ritengo che solo in questo modo l’Alpinismo potrà custodire obiettivi e sogni da realizzare anche per le generazioni future. Lorenzo Massarotto era un alpinista prudentissimo e sapeva rinunciare con serenità ad una salita, anche se a volte ciò poteva risultare certamente scomodo. Questo è ”Alpinismo moderno”: un modo onesto di confrontarsi con la montagna e con il suo ambiente senza forzature né schiamazzi.

“1981. Lorenzo in sosta sui camini finali della Figlia del Nagual, Terza Pala di San Lucano. La foto non è perfetta, perché poi, nella discesa, ho rotto la macchina ma penso che renda l’idea. E’ questo tiro che dà il nome alla via. Tutti e due l’abbiamo percepito, il Nagual, era lì, a lato”. Roberto Zannini (foto di Roberto Zannini)

Il “Mass”, con i suoi compagni, realizzò 123 vie nuove in tutto: per lunghi anni si è trattato di vie poco conosciute, perché spesso non pubblicizzate, secondo il suo stile discreto.

Uno dei suoi percorsi più straordinari e nascosti fu certamente la via “del Cuore” sull’Agnèr. A sinistra della “via dei Sudtirolesi”, la parete nord-est dell’Agnèr assume infatti “una particolare forma convessa e nasconde parte di essa a chi non le si avvicina”( Leopoldo Roman, Rivista del CAI settembre-ottobre 1986). E’ questo il cosiddetto cuore dell’Agnèr, un settore di parete che non si riesce a vedere interamente dal fondo della valle di San Lucano. Lorenzo Massarotto e Sandro Soppelsa saliranno questa via nuova il 16 e 17 agosto 1981, tra traversate in mezzo a strapiombi spaventosi e levigate placconate, celebrando la nascita della via “del Cuore” per un dislivello di 1200 m e difficoltà fino al VI+ e all’A2. Secondo Alessandro Gogna, “un capolavoro di arrampicata libera tra strapiombi dalla discesa impossibile” (Alessandro Gogna, Sentieri Verticali, Zanichelli).

In queste poche righe concessemi è inattuabile riportare un elenco sintetico dei suoi più importanti exploit, ma va detto che negli anni ’80 la sua evoluzione alpinistica raggiunse il culmine, ad esempio con la prima ripetizione assoluta del grande diedro dello Spiz di Lagunaz (1982) e con le prime invernali solitarie della Canna D’Organo in Marmolada (1983) e Philipp-Flamm in Civetta (1989), della cui realizzazione confidò anche di percezioni visionarie avvertite. Infatti, durante la discesa lungo l’itinerario, la sensazione percepita di “profumo di donna” -interpretata come un “avvertimento non spiegabile razionalmente”- gli permise di seguire il giusto percorso di rientro.

Oltre all’exploit della via del Cuore mi limiterò a riportare tre ulteriori vie nuove di Massarotto, che a mio avviso, ne rappresentano le sue peculiari caratteristiche: l’irripetuta “Dolce Dormire” al Pilastro Mano Gialla alla parete sud della Seconda Pala di San Lucano (1995, difficoltà fino all’VIII e oltre due chilometri di sviluppo totale), la via “Alma Troi” allo Spiz d’Agnèr Nord (1993, VII, anche questa mai ripetuta) e l’ambitissima “Non ti fidar di me se il cuor ti manca” alla Cima Gianni Costantini in Moiazza (1992, VII). Tra i suoi compagni di cordata più fidati di sempre vanno certamente menzionati Fausto Conedera, Ettore De Biasio, Savino Sansonne, Mauro Moretto, Claudio Chenet, Umberto Marampon, Ermes Bergamaschi, Gianluca Bellin, Stefano Santomaso e Giampaolo Galliazzo, anche soprannominato “il bifido”.

Per me parlare di Lorenzo risulta difficile, perché non lo conoscevo davvero, pur avendo letto molto su di lui. Ho avuto la possibilità di ripetere alcune sue (facili) vie e mi sono piaciute molto, per il contesto ambientale in cui sono inserite, per l’eleganza delle sue linee e per lo stile alpinistico. Ad ogni modo l’importanza della figura del padovano Lorenzo Massarotto non va ricondotta solo alla qualità delle sue vie, ma soprattutto al suo modo di “essere” in montagna e con i suoi amici, che veniva sempre prima del suo modo di “avere”.

Riporto questa frase di Luca Visentini:

sbagli, torti senz’altro ne avrà fatti, ma rimane il capo indiscusso dei cani sciolti che hanno dato tanto all’alpinismo ricevendo in cambio pressoché un tubo.

Il Mass sul suo Agnèr (foto Ettore De Biasio)

Il Mass sul suo Agnèr (foto Ettore De Biasio)

Epilogo

10 Luglio 2005. A causa dei forti ed improvvisi temporali previsti nel pomeriggio lungo tutte le Dolomiti e la fascia prealpina, con gli amici Nicola e Nicoletta (Nico & Nico) decidiamo di trascorrere la nostra domenica alla palestra di roccia chiamata“al quinto tornante”, nel massiccio del Grappa. Sul finire dell’allenamento, come ogni volta, ci concediamo il ristoro con le prelibatezze preparate dalla Nico (Zia Nico). A caffettiera in piena ebollizione, sfortunatamente, siamo costretti a raccattare il nostro materiale, con la massima rapidità, ed a rifugiarci in auto per non farci sorprendere dal temporale: grandi nuvoloni neri e viola avanzano da ovest. Con la caffettiera ancora rovente tra i piedi scendiamo i tornanti del Monte Grappa e ci immettiamo nella tangenziale di Bassano. Ad una pompa di benzina ci fermiamo per riordinare il materiale, sparpagliato alla rinfusa in auto; squilla il mio telefono, è Walter. Rispondo e l’amico mi comunica che Lorenzo Massarotto è appena caduto dalla Torre D’Emmele nelle Piccole Dolomiti vicentine, sbalzato dalla cima dalla potenza di un fulmine. Restiamo senza parole.

Lorenzo Massarotto sulla via Liquoria Garibaldi alla Cima dei Mez e Mez (arch. Massarotto)

Lorenzo Massarotto sulla via Liquoria Garibaldi alla Cima dei Mez e Mez (arch. Massarotto)

Con la sua scomparsa se ne va uno dei più importanti e romantici solitari degli ultimi decenni nelle Alpi Orientali e la sua figura, per certi versi un po’ enigmatica e sfuggente, entrò nella leggenda del grande e classico alpinismo dolomitico. Tra i suoi viaggi futuristici ancora da realizzare va evidenziata la “Traversata invernale di Lorenzo” cioè il percorso invernale che va dallo Spiz della Lastìa fino in Cima all’Agnèr, con passaggio obbligato per la via del Cuore. Di minore fama, ma di sicuro intrigo e mistero, resta l’individuazione prima e la salita poi del “fantomatico pilastro bianco” della Terza Pala di San Lucano, inseguito da Lorenzo per decenni ed ancora non del tutto decifrato.

Francesco Lamo

Bibliografia di riferimento:
Lorenzo Massarotto – Le Vie
Luca Visentini Editore 

Prima torre del Camp, Via 17 luglio 1950 (Foto Marco Cabbia)

Prima torre del Camp, Via 17 luglio 1950 (Foto Marco Cabbia)

Prima Torre del Camp, Via 17 luglio 1950, il grande diedro (foto Marco Cabbia)

Prima Torre del Camp, Via 17 luglio 1950, il grande diedro (foto Marco Cabbia)

Su Vegetable alla Pala del Pian della Paia, Valle del Sarca (foto Marco Cabbia)

Su Vegetable alla Pala del Pian della Paia, Valle del Sarca (foto Marco Cabbia)

Sulla via Vittorio Chenet ai Lastei (foto Francesco Lamo)

Sulla via Vittorio Chenet ai Lastei (foto Francesco Lamo)

Sulla via Vittorio Chenet al Pilastro dei Finanzieri ai Lastei, lunghezza chiave (foto Enrico Paganin)

Sulla via Vittorio Chenet al Pilastro dei Finanzieri ai Lastei, lunghezza chiave (foto Enrico Paganin)

Il pilastro dei finanzieri, Cima dei Lastei (foto Francesco Lamo)

Il pilastro dei finanzieri, Cima dei Lastei (foto Francesco Lamo)