“…e quindi uscimmo a riveder le stelle”

di Stefano Michelazzi

Chissà se a Dante e Virgilio, all’uscita dal loro lungo viaggio nei gironi infernali, il mondo esterno apparve così luminoso come a noi parve la Val Gardena dalla cima della Quarta Torre di Sella?

L’occasione però è troppo golosa perché il mio “compagno di merende” non lasci ai posteri questa frase “incidendola” sul libro di vetta.
Non riusciamo ancora a vederle le stelle in questa serata di fine agosto ma il paragone potrebbe starci, visto che abbiamo lottato con la splendida roccia di questo spigolo per tutto il giorno.

Che cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Così recitava il Perozzi nel primo mitico “Amici miei” e credo che aprire una linea nuova in montagna racchiuda in sé tutte queste caratteristiche, senza dovermi preoccupare di false modestie.
Il paragone poi con la celebre pellicola calza a pennello, dal momento che la coppia alpinistica che formiamo io ed Ivo ormai da sei anni, che ci hanno visti spesso assieme a zonzo per le Crode dolomitiche, sia d’estate sulle rocce che d’inverno esplorando i bei pendii innevati, ha una connotazione notevolmente goliardica. Ben lo sanno quelli che per loro fortuna o malasorte si son legati assieme a noi e non han potuto tornare a valle senza aver usato non solo mani e piedi per arrampicare ma anche tutta la muscolatura facciale per…ridere.

Non che prendiamo “alla leggera” l’andar per pareti, intendiamoci, dopo tanti anni di attività nessuno dei due si sognerebbe di sottovalutare anche la difficoltà tecnicamente meno impegnativa, solo che la voglia di vivere un’esperienza allegra a contatto con quello che definiamo “il nostro mondo” ci sembra il modo migliore per celebrarlo.

Entrambi avevamo notato che la spettacolare linea di questo spigolo non aveva ancora avuto il “piacere” di venir visitata da qualche alpinista e l’occasione di metterci il nostro naso capita a fine agosto, quando ormai gli impegni di lavoro cominciano e diventare un po’ più leggeri e quindi possiamo dedicare qualche giornata al nostro personale modo di amare questi monti.

La giornata promette bene, come dicevano le previsioni meteo. L’aria in questi ultimi giorni si è un po’ rinfrescata, ma si intuisce che coll’arrivar del sole questa condizione migliorerà notevolmente.
Sono le 9.30 del mattino, quando dopo una veloce galoppata dal parcheggio del Passo Sella siamo all’attacco della nostra ultima fantasia.
La discussione si accentra subito sul toto-scommesse riguardante la conclusione o meno in giornata della via nuova.
So già in anticipo che per il mio ottimismo dovrò subirmi una serie di etichette quali: superficiale, pressappochista, ecc., che il mio compagno ama affibiarmi ogniqualvolta “oso” esprimere le mie rosee previsioni sull’andamento della giornata.

Come so già in anticipo che risponderò con le solite etichette nei suoi confronti: bacchettone, pedante, “professore” (che ormai è diventato il suo soprannome), al suo normale pessimismo.
Alla fine questi due opposti atteggiamenti risultano il giusto equilibrio che ci permette di vivere esperienze sempre uniche, senza che l’una o l’altra componente prenda il sopravvento…

Dopo la rituale scommessa Ivo apre le danze toccando per primo le compatte rocce giallo-grigie.
Un paio di chiodi ben piazzati ed un paio di stoppers saranno la sicurezza necessaria per vincere questi 40 metri per niente banali.

Tra una martellata e l’altra le “cazzate” che siamo capaci di “sparare” non si contano.
L’allegria, ed il piacere di stare con un amico vero, uno di quelli a cui confidi le tue cose personali, di quelli con cui condividi le tue grandi e piccole passioni, si sente nell’aria.
Oggi sono carico al massimo, ultimamente mi sento addosso una forma fisica e mentale che camminano alla pari.

Ivo se ne accorge subito, dopo i miei primi metri di arrampicata e mi sprona.

Penso a chiodare soltanto per la mia protezione, ben sapendo che il mio compagno pignolo e perfezionista com’è, sostituirà tutti i chiodi che non gli “suonano” bene per lasciare ai futuri ripetitori l’opportunità di arrampicare per quanto possibile con la massima sicurezza.
I commenti auto-commiseranti relativi al fatto che sempre a lui tocca di sistemare le cose mi rendono notevolmente ilare, specie quando tenta di immedesimarsi con le smorfie nella figura del vilipeso.

A metà salita la discussione verte sul dove proseguire, visto che lo spigolo, affilato come la lama di un coltello, esce bruscamente dalla verticalità formando un aspro strapiombo protetto da un piccolo tetto…

A destra propone Ivo, ma si uscirebbe dalla direttiva dello spigolo stesso, a sinistra invece una fessura camino lo costeggia. Abbiamo incontrato i segni del passaggio di una qualche via in merito alla quale non conosciamo nulla, che attraversa da destra il gradino sul quale stiamo sostando e probabilmente entra proprio nella fessura camino, che fare?
Guardo il filo dello strapiombo e voglio provare…
Sembra che la fessura che solca il tetto e finisce in un camino svaso e strapiombante si possa tentare. Nel caso risulti infattibile ci arrenderemo e ci rassegneremo a condividere la nostra linea. Parto, risalgo su roccia perfetta la prima parte della “lama di coltello” ed arrivo sotto il tetto. Guardo un po’ e sentenzio: si può tentare!
Ivo rimane un po’ titubante.
Da sotto, la roccia non sembra certo ideale, anzi, ma dopo poco quando lascio andare le gambe nel vuoto per issarmi con un movimento atletico sopra il tetto, mi urla: “Hai messo le ali, ormai voli!”, dandomi ancora più carica per proseguire.
Mentre sistema la sosta con chiodi perfetti, si complimenta con me per l’intuizione nel trovare la linea diretta.

Altri due tiri strapiombanti ci dividono dalla meta ed il mio compagno con grande amicizia mi lascia il passo in virtù della mia grinta odierna.
Dopo gli ultimi due ostacoli, lo spigolo diventa più facile e si raccorda alla via che sale dalla parete sud-ovest.

In vetta siamo entusiasti. Ho vinto la scommessa oggi, ma soprattutto ho lasciato inciso il mio nome sulle rocce di questo pinnacolo, il mio e quello del mio compagno di avventure che sta già scrivendo sul libro di vetta.

Altre battute, qualche foto, poi prepariamo le corde per tornare al mondo normale, dove torneremo ad essere due pulviscoli nell’infinito con le nostre virtù e le nostre miserie.
Ancora non abbiamo deciso il nome con cui battezzeremo questa nostra ennesima fantasia realizzata.

Ivo scende e dopo aver raggiunto la calata successiva emette l’abituale fischio di “via libera” ed inizio la mia discesa. Mentre “saltello” lungo il camino sottostante lo sento chiamare. Rispondo ma dopo un paio di chiama -rispondi senza alcun risultato, intuisco che non ce l’ha con me…

Mentre mi avvicino al terrazzino di fermata, mi fa segno di prestare attenzione a non scaricare qualche sasso, perché all’ancoraggio è fissata una corda e sembra come ci sia appeso qualcuno.

La corda è ancorata col nodo che batte contro l’anello di calata e dall’altro lato scende giù un cordino di un paio di millimetri di spessore anch’esso bloccato.

Intuisco subito che chi vi si è calato ha messo in pratica un vecchio sistema che non si usa più da molti anni, a causa proprio della difficoltà di recuperare poi la corda.

Si infila la corda nell’anello del chiodo o nel moschettone di calata, si confeziona un nodo grande abbastanza da far sì che quando ci si appende alla corda questo  vada in battuta sull’anello, arrestando in questo modo la fuoruscita della corda, poi grazie al cordino sottile legato al nodo stesso, si tira la corda in senso contrario liberando il nodo e permettendo il recupero della corda.

E se vi fosse appeso un morto, visto che non risponde nessuno e la corda rimane sempre tesa?

Magari un malore o un sasso…

Non resta che calarsi ed andare a vedere.

Ivo attrezza un anello di calata, buttiamo le corde e comincio a scendere.

Supero il bordo del terrazzo e scendo nel vuoto del grande camino, tentando di capire cosa sia successo. Con lo sguardo, mentre scendo, scorro lungo la corda alla ricerca di qualcuno appeso, ma la vedo terminare una cinquantina di metri più sotto senza l’ombra di una presenza umana.
Guardo ancora più giù verso l’ultimo salto del camino un centinaio di metri più sotto e vedo un casco arancione che vaga a tentoni proprio verso il salto.

Chiamo una volta, due, tre, niente, non mi sente proprio, e sì che in quella posizione bisogna esser sordi per non sentire…

Alla fine gli urlo: Hei ma sei ubriaco che non senti?

Finalmente l’”extraterrestre vagante” mi risponde con un “Ciao!”
“Ma è tua la corda?” – “Sì mi è rimasta incastrata” è la risposta.

Gli dico di fermarsi lì che sta andando verso il salto e di aspettare che un passaggio in doppia glielo diamo noi.
Ivo butta giù la corda, e poi scende. Iniziamo a recuperare le corde, ma…non scorrono.

Tira, tira ma niente…
Dopo una decina di tentativi scatta la decisione, se non vogliamo pernottare qui si deve risalire…50 metri di cui 30 nel vuoto…

Con due autobloccanti Machard fatti con cordino di Kevlar inizio a risalire faticosamente e nel frattempo Ivo raggiunge il tizio e lo fa assicurare al terrazzino di calata.

Salendo gli chiedo: “Ma come t’è venuto in mente di calarti in questo modo?”
“E’ un sistema che ho inventato io!”

L’incoscienza non ha davvero limiti, penso. Gli spiego che quel sistema l’hanno ideato nella notte dei tempi ma visto che spesso le corde rimangono incastrate, non lo usa più nessuno…

Finalmente sono alla corda che scopro si è incastrata a causa dell’anello supplementare che abbiamo dovuto applicare alla calata, il quale la fa scorrere in una fessurina dove rimane bloccata.

Sistemo il tutto e scendo, ormai si è fatto buio, e scendiamo nella luce stellare in compagnia del ragazzo che abbiamo scoperto essere un turista di Milano e dai discorsi che fa, ben poco avvezzo alle uscite in ambiente.

Ha salito in solitaria la via Glück  una classica dove durante il giorno si sono avvicendate varie cordate.
Lui, che poi ho ricordato d’aver visto avanti a noi al mattino, ci ha messo quasi lo stesso tempo che noi abbiamo impiegato ad aprire la via nuova…10 ore!

Salire in solitaria una via di 300 metri con difficoltà di 4° grado ed impiegarci un tempo biblico, fa intuire senza ombra di dubbio il motivo per il quale se non fossimo passati noi quella sera, l’incosciente avventuriero sarebbe forse ancora lì a chiamare aiuto.

Mentre scendiamo le ultime doppie, senza perdere d’occhio il nostro casuale compagno, diamo un’occhiata al cielo ed allo spigolo che vi si staglia contro, ammantato da un mare di stelle…

“L’hai scritto tu sul libro di vetta, che siam tornati a veder le stelle” dico ironico…

“Spigolo delle stelle” è la risposta.

Ottimo, un bel nome per una bella salita, guardando la linea scura che risalta nel cielo, penso che nessun nome potesse essere più azzeccato.
Ancora il sentiero del rientro fatto alla luce della luna e con il ragazzo che arranca sui ghiaioni facendoci fermare continuamente in attesa e poi il Passo Sella, l’automobile, il rientro a casa.

Oggi è stato un giorno grande, per noi la soddisfazione di una ennesima nuova salita e di un’altra avventura nel nostro mondo, per quel ragazzo la fortuna di essere tornato a terra senza danni…speriamo che le stelle che illuminano lo spigolo possano illuminare anche lui ed evitargli future stupidaggini.

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Quarta Torre di Sella
“Spigolo delle Stelle”
31 agosto 2009

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Stefano Michelazzi nasce a Trieste l’8 gennaio 1966 ed inizia a sperimentare le esplorazioni speleologiche già all’età di 8 anni, accompagnato dal padre appassionato di questa attività. A metà anni ’80 scopre la passione per l’arrampicata e l’alpinismo in generale che a quel punto diventerà una passione quasi totalizzante.
Nei primi anni ’90 batte in lungo ed in largo le Alpi Carniche, che per la loro vicinanza a Trieste considera montagne di casa, abbracciando l’etica rigida che contraddistingue l’alpinismo di quei monti. Apre una decina di vie nuove e ripete molte vie, anche in solitaria.
Diventare “Ragazzo padre” e crescere sua figlia da solo, lo porta a ridurre l’attività alpinistica ai minimi termini, ma nel 2002 la scelta di abbandonare Trieste ed il “posto fisso”, per “emigrare” sui monti.
Nel 2004 si trasferisce a Trento dove conseguirà il Diploma di Guida Alpina, professione che esercita a tempo pieno, con l’intento non solo di accompagnare ma anche di formare la cultura di rispetto della montagna. Ha al suo attivo oltre 60 nuove salite e nuove varianti tra Dolomiti e Alpi Carniche e circa 1000 ripetizioni di cui molte in solitaria.
Ha pubblicato nel 2010 la guida: “Emozioni Dolomitiche” e nel 2013 “Emozioni verticali”.

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Alpine Sketches, 2014