Cory Hall, Indiani e Cowboy

di Luca Vallata

Cory se n’è andato, travolto da una valanga.
Era solo.
Non so molto di più, ma presumibilmente era di mattina presto e faceva ancora buio. Poco prima deve essere uscito dalla sua tenda sul ghiacciaio per iniziare l’avvicinamento alla Piramide, nella Cordillera Blanca in Perù.

Ci eravamo incontrati solo quattro giorni prima in un bar a Huaraz dove, tra un Mojito ed un Pisco Sour, avevo ascoltato, sempre più stordito, la storia delle sue imprese stupefacenti.
Cory era niente meno che partito dal Canada con la sua motocicletta ed era arrivato fin lì, in quel bar del Perù, dopo mesi di guida ed arrampicate sulle pareti di mezza America.

Facendo i conti, assieme a questo piccolo grande uomo del Canada non ho trascorso più di un mese, ma con lui ho arrampicato in Patagonia e quei giorni e quelle esperienze non si misurano con la scala del tempo consueta.

Sì può dire ciò che si vuole sull’alpinismo e su come dovrebbe essere, del fatto che i suoi valori siano molto cambiati negli anni ed i suoi mostri e complessi siano stati abbattuti, ma gli alpinisti restano e resteranno sensibili al machismo e conserveranno sempre, pur cercando delle volte di nasconderla o dissacrarla, la propria devozione verso l’uomo che apre o ripete la via più lunga, affrontando le condizioni peggiori ed i pericoli più spaventosi.

Sicuramente tutti gli alpinisti infatti condividono la massima: “Preferirei di gran lunga essere campione del mondo (dello Stile Alpino) […] che Re d’Inghilterra o Presidente degli Stati Uniti o Kaiser di Germania.”
Jack London (Vallata)

Ecco, questo spiega in parte la mia ammirazione per Cory, un vero duro.

Dovete immaginarlo così: un uomo piccolo e ben piantato, con i capelli lunghi e chiari, il parlare masticato da gringo ed il logoro, davvero logoro, cappello No Fear da baseball piantato in testa.
L’avevo conosciuto alla Vineria in El Chalten.
Per prenderlo in giro, considerando i suoi obbiettivi ambizioni e la sua parlata, gli facevo il verso; alla maniera del tenente Aldo Raine de “Bastardi Senza Gloria”, con la bocca storta e le mani sui fianchi gli ripetevo: “Sono Cory Hall e non sono sceso dalle Rocky Mountains per scalare un paracarro… puah” e sputavo per terra.

Arrampicava con rabbia e determinazione e per farlo usava dei gloriosi ferri vecchi, le Grivel Taakoon ed in testa quello che penso sia stato il suo primo e unico casco, un vecchio modello a scodella azzurro della Ederlid.

Sul Torre in Patagonia la sera prima del tentativo alla cima tenemmo consiglio di guerra (che dovete immaginare alla stregua di una riunione di indiani irochesi che gesticolano e agitano le picozze come tomahawk). Dovevamo decidere chi avrebbe tirato quali sezioni della via, e lui ci fece presente che non si sarebbe dato buona la montagna (lo stesso linguaggio che di solito si utilizza in falesia, ma applicato al Cerro Torre) se non avesse tirato l’ultima lunghezza, il fungo.
Glielo lasciammo di buon grado il fungo io e Max (Fisher), e lui lo scalò con la sua tecnica violenta e inesorabile.

Quando lo ritrovai due anni dopo aveva ancora il cappello No Fear, le Taakoon, il casco Ederlid a scodella e, esaurita la nostra resistenza al Mojito, ci svelò il suo prossimo obbiettivo.
Cercate di capire e non fraintendere quello che dico, Cory era un alpinista di grandissima esperienza e sapeva molto bene a cosa poteva andare incontro compiendo salite di quella difficoltà e quella esposizione;
voglio citare una frase di Philippe Petit il funambolo: “Possiedo la saggezza di colui che una volta è caduto; quando mi si dice che un funambolo s’è sfracellato al suolo rispondo: “Ha avuto ciò che si meritava” “.

Un saluto amico Cory.

Cory-Hall

Cory si difende dal sole sulla vetta del Monte Alberta -­ Canada

Cory Hall è stato un arrampicatore canadese di Saint John ­ Canada nato nel 1989. Nella sua carriera alpinistica ha salito centinaia di difficili vie nelle montagne più famose del continente americano.
Ha compiuto le prime ascensioni prestigiose nelle vicine Rockies e nei Boogaboos. E’ stato tre volte in Perù, nella Cordillera Blanca, dove ha salito molte cime sopra i 6000m la maggior parte in solitaria.
Nel 2012 era in Patagonia dove ha scalato, tra le altre, la via dei Ragni sul Cerro Torre. L’estate successiva si trovava nella regione del Ladakh nel nord dell’India, dove ha aperto due vie notevoli, una delle quali valse a lui e a James (Monypenny) la nomination per il Piolet d’Or.
Nel 2014 partì dal Canada con la sua moto carica all’inverosimile con l’intenzione di arrivare in Patagonia giusto in tempo per l’estate australe. Nel suo viaggio scalò con i compagni più inverosimili in tutti gli stati che attraversò: Stati Uniti, Messico, Belize, Guatemala, Honduras (dal quale scappò in fretta), Nicaragua, Costa Rica, Panama, Colombia (del cui immenso potenziale alpinistico mi parlò a Huaraz). Arrivò in Perù dove salì da solo la cresta est dell’Hopiclqui ed lo Artesonraju, fino al suo ultimo tentativo sulla Piramide nel luglio del 2014.

Luca Vallata

Da quando è nato nel 1990, Luca Vallata è uno dei 400 abitanti di Soverzene (BL).
Ha iniziato a scalare con il suo amico Riccardo all’età di 14 anni.
Attualmente (2014) è uno studente squattrinato all’ultimo anno di Matematica.
Riesce a viaggiare mangiando poco e pagandosi le spedizioni con piccoli espedienti.

AlpineSketches 2014