Stella alpina e lotta di classe

L’alpinismo dell’élites plasmato dal simbolo dell’edelweiss. E dalla Svizzera l’idea di «purezza» si impone a senso unico fin dentro la storia del Novecento

edelweiss

di Tobias Scheidegger *

  Le scoperte scientifiche non suscitano sempre entusiasmo. I ricercatori che annunciano la messa a punto di una molecola oppure di unibrido dotati di virtù miracolose si trovano spesso di fronte allo scetticismo dell’opinione pubblica, inquieta per le conseguenze ecologiche, sanitarie o sociali delle innovazioni.
  Ma nessuno, in seno alla comunità scientifica, si aspettava la grande ondata di indignazione che accolse la scoperta del centro di ricerca svizzero Agroscope Changins-Wädenswil (Acw).

  Nel 2006, gli agronomi di Acw annunciano di essere riusciti a coltivare una varietà commercialmente utilizzabile di stella alpina, battezzata «Helvetia». L’industria cosmetica non vede l’ora di utilizzare il fiorellino selvatico delle Alpi per le sue proprietà anti-infiammatorie, vere o immaginarie che siano. La versione addomesticata potrebbe, secondo gli scienziati, galvanizzare il mercato e rappresentare una buona fonte di reddito per gli abitanti della montagna e per l’intera Svizzera.
  Ma la prospettiva di un’industrializzazione della stella alpina scatena un putiferio in tutto il Paese. Una delle lettere pubblicate dalla Tribune de Genève riassume lo spirito generale: «Lasciamo in pace questo piccolo fiore, simbolo della Svizzera». Emblema nazionale, la stella argentata dovrebbe essere goduta solo da chi osa «avventurarsi sulle rocce rischiando la vita».
  L’aneddoto riflette i valori proiettati sulla stella alpina a partire dal XIX secolo. Anche se meno tenaci che in passato, essi persistono nella Svizzera di oggi. La sommossa provocata dall’invenzione dell’Helvetia invita a soffermarsi con maggiore attenzione sulle radici storiche di questo immaginario.

Graal vegetale
  Molto in voga a partire dal 1860, la pratica dell’ alpinismo ha plasmato l’aspetto simbolico dell’edelweiss.
In questo ambiente formato in gran parte da persone di cultura elevata si celebravano non solo le virtù della fatica e della scalata, ma anche una visione idealizzata del corpo e della natura. Il fragile ma al tempo stesso resistente fiore delle Alpi condensava perfettamente questi concetti, tanto da essere scelto come emblema dalla Federazione germano-austriaca degli alpinisti, creata nel 1873.

  L’appropriazione della montagna da parte delle nuove élites fu una promozione insperata per una pianta che – priva di proprietà medicinali o nutritive nella tradizione locale, dunque considerata non interessante dal punto di vista economico – era cresciuta fino ad allora nell’indifferenza totale degli abitanti degli alpeggi.

  Ma, affinché la pianta immortale delle nevi giocasse appieno la sua funzione di simbolo delle virtù borghesi, occorreva trovarle qualità eccezionali. Si decise allora di celebrarne la rarità. Nel corso degli ultimi decenni del XIX secolo, e a dispetto di tutte le conoscenze botaniche, fioriscono poesie e quadri nei quali il piccolo fiore anodino diventa una specie di Graal vegetale, che cresce solo su pareti a precipizio e crepacci innevati o ghiacciai.
  L’oggetto di questa mistificazione non è solo poetico: la gloria dell’intrepido alpinista che saprà coglierla sarà ancora più sfolgorante. Dall’Imperatrice Sissi a Asterix e gli Elvezi, quest’immagine sublimata è stata riprodotta e diffusa fino ai nostri giorni nella cultura popolare, contribuendo alla straordinaria fama di un fiore che non era poi granché.

  I quadri e le posie del XXI secolo evidenziano un altro valore associato alla stella d’argento nell’immaginario degli amanti delle vette: la purezza. Questo fantasma si manifesta in due forme.
  Da una parte la stilizzazione della pianta in creatura da favola – la «dama bianca» – illustra una concezione nei generi secondo la quale l’alpinista, incarnazione della forza e della bravura maschili, parte alla conquista della donna fiore evanescente, muto e immobile, così intoccabile nella sua femminea perfezione che l’avvicinamento può esporre l’eroe a una morte tragica.
  D’altra parte, le immacolate, bianche cime sulle quali fiorisce la stella alpina sono inaccessibili per il grigiore malato delle città con le loro masse di lavoratori, e dunque sono propizie all’utopia elitaria di una vita altera che svetta rispetto a quella dell’uomo comune.   Votato a questi ideali, l’ambiente degli alpinisti reagisce con veemenza alle minacce ‘reali o fittizie che pesano sull’immortale fiore delle nevi alla fine del XIX secolo.

Il pericolo peggiore sarebbe quello del commercio dei fiori, che è in pieno sviluppo, dopo la nascita del turismo alpino. I vivaisti cittadini approfittano della nuova moda fornendo piante selvatiche ai giardini borghesi, mentre i montanari integrano le scarse risorse vendendo ai vacanzieri dei mazzolini raccolti nei paraggi.
  Allarmato, il ginevrino Henry Correvon e un gruppo di membri del Club alpino svizzero fondano nel 1883 l’Associazione per la protezione delle piante. Attraverso campagne di informazione, vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica sui danni provocati da questo commercio e dissuadere i turisti dal rendersene complici. Questi pionieri dell’ ecologia, tuttavia, diffidano di qualunque intervento da parte dello Stato.
  Da liberisti intransigenti, si oppongono anche all’approvazione di una legge. In retrospettiva, le loro argomentazioni potrebbero sembrare sorprendenti: si focalizzano esclusivamente sulla montagna, dipinta con i colori del patriottismo e dell’estetica.
Non danno la minima importanza ai problemi ambientali delle valli urbanizzate e alle grandi opere che in quell’epoca vi si moltiplicano: costruzione di strada, ferrovie, bonifiche di specchi d’acqua. Tuttavia, il ruolo di organizzazioni come queste nell’emergere di una moderna coscienza della vulnerabilità dell’ecosistema non va sottovalutato.

Montagne di elitaria purezza
  I protettori della flora alpina rivendicavano una visione della natura strettamente legata a una prospettiva di classe. Poco sensibili alle condizioni di vita delle popolazioni locali, la cui povertà contribuiva in gran parte allo sviluppo del commercio delle stelle alpine nelle località turistiche, i ricchi alpinisti di città espungevano la dimensione sociale del fenomeno.

  Nel loro spirito, i montanari erano solo zotici cupidi , incapaci di apprezzare le bellezze paesaggistiche. Paradossalmente, le élites urbane negavano agli abitanti delle montagne il diritto di usare un territorio che loro stesse avevano contribuito a valorizzare dapprima simbolicamente, poi economicamente.
  I conflitti d’uso assunsero una forma ancora più aspra in Austria e Germania. Fondata nel 1900 a Monaco da membri dell’Associazione germano-austriaca di alpinismo, l’Associazione per la protezione delle piante delle Alpi si distingue per una retorica dai toni marziali.
  La difesa della stella alpina, ai suoi occhi, giustifica l’adozione di misure repressive, addirittura militari. Così, nel 1929 alcuni membri dell’associazione creano la «guardia della montagna», una milizia che pattuglia i siti di fioritura e, alla bisogna, passa a vie di fatto con gli intrusi. Sul loro giornale, questi vigorosi amici della natura si dilungano in proclami bellicosi contro i «ladri di stelle alpine» e altri «vandali della vegetazione».
  La pretesa degli alpinisti di appropriarsi dell’uso e dei «valori» della montagna si inserisce nel contesto di una lotta fra le classi accentuatasi nei primi decenni del XX secolo.
Il suo bersaglio non sono più solo i poveri delle montagne: a poco a poco, il massiccio alpino diventa anche teatro di una guerra per procura fra la borghesia urbana e il proletariato nel suo insieme.
  La scoperta dei piaceri della montagna da parte di categorie sempre più ampie della popolazione – compresi i lavoratori – scontenta gli alpinisti. Questi ambienti conservatori vedono la comparsa del turismo di massa non solo come un pericolo per la flora, ma soprattutto come un attacco ai loro stessi privilegi. La decadenza della vita urbana viene a corrompere un mondo di purezza fino ad allora riservato al godimento quasi esclusivo da parte delle élites.

  Ergendosi a padri protettori della natura, gli alpinisti rivendicano soprattutto il perpetuarsi del loro monopolio su quel terreno di gioco. Ecco un esempio di questa visione angusta della condivisione: il Club alpino svizzero è rimasto vietato alle donne dal 1907 al 1980 (oggi lo presiede una donna).

Giochi ideologici in alta quota
  Per gli scalatori, i giochi ideologici pesavano almeno altrettanto delle preoccupazioni ambientali. Le loro invettive contro l’ «involgarimento», del resto, sconfinavano oltre la montagna.
  Nelle riviste specializzate, i cronisti fustigavano regolarmente l’utilizzo dell’immagine della stella alpina nella pubblicità e nella cultura popolare, considerando di «cattivo gusto» l’associazione fra l’augusto fiore delle Alpi e banali prodotti di consumo.

  Già più di un secolo prima della polemica sull’ Helvetia, tutti i tentativi di coltivare la pianta feticcio suscitavano proteste. Nel 1884, i primi esemplari di stella alpina domestica sono definiti «mostri» dal bollettino dell’Associazione per la protezione delle piante. Un autore austriaco assimila i fiori bianchi cresciuti fuori dal loro habitat naturale a «proletari della decadenza». La commercializzazione e la cultura mettono in pericolo i valori della rarità e della purezza forgiati dagli alpinisti. D’improvviso, il fiore che essi venerano può spuntare nel bel mezzo delle città e essere offerto all’ultimo venuto a un prezzo conveniente.

  Proteste di questo tipo testimoniano lo spirito di corpo di una borghesia che teme per i propri privilegi, in uno spazio urbano che si democratizza. L’accanita offensiva condotta per il mantenimento dell’egemonia politica e culturale non si svolge solo nelle fabbriche e nelle strade degli epicentri del capitalismo. Riguarda anche i territori idealizzati della natura alpina, dove l’edelweiss diventa suo malgrado e a lungo un vettore simbolico della lotta di classe.

* Institut für populäre Kulturen, università di Zurigo
(Traduzione di Marinella Correggia)
© Le Monde diplomatique/Il Manifesto