Liss del Pesgunfi

di Alessandro Gogna

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5 luglio 1984

La partita era chiusa solo provvisoriamente. Una parete, divisa a metà da una cengia, era stata salita fino alla cengia stessa. In seguito avevano salito quattro lunghezze difficili, per poi alla fine rinunciare di fronte alla vastità di ciò che li attendeva. Così in dieci anni i compagni di Popi, Giovanni Pirana, Francesco Boffini e Jacopo Merizzi, abbandonarono per un motivo o per l’altro il progetto del Pesgunfi.

Dal ben noto Sasso Remenno procedendo verso San Martino Val Masino, se si guarda in alto, ci si accorge di essere dominati da un’enorme parete grigia, a triangolo liscio e solcato solo da fasce strapiombanti. É il Liss del Pesgunfi, un precipizio abbastanza tetro. Solo al mattino il sole indora quelle placche levigate, dando un po’ di colore ad un sogno per il resto assai sbiadito e uniforme. Sapevo di questo progetto vecchio di dieci anni e un giorno mi lasciai sfuggire con Popi una mezza provocazione: “E il Pesgunfi?”. Con ciò mi ero condannato a un lavoro forzato, ma ogni promessa e debito. Le rispettive esperienze alpinistiche si trovarono d’accordo. Un problema, che senso ha nel 1984? Quando pareti ben più importanti sono state salite, quando qualunque muro, se si usano i mezzi adatti, può essere salito e perfino può essere arrampicato in libera se si predispongono le protezioni a spit, per quale ragione vogliamo salire una parete che non é in alta montagna, che non è “il” problema, che richiederà una progressione decisamente artificiale? Non lo sappiamo, ma entrambi “sentiamo” che il Pesgunfi è lì per noi. Sappiamo che il suo eterno ambiente ci concederà per un attimo la visita della nostra vita. Non vogliamo compiere l’impresa. Siamo ma- turi e la nostra efficienza é naturale, senza essere sorretta da allenamenti e diete. Per questo motivo le nostre produzioni non sono concorrenziali. Non mettiamo perciò in vendita questo nostro “affaire” e stabiliamo che sarà anzi una salita di lusso. Non ci poniamo limiti di tempo e di mezzi. Ogni notte dovrà essere rigorosamente dormita in un letto e concludiamo che lo spreco di corde fisse non aumenterà per nulla i valori da capogiro dello spreco d’energia che si perpetua quotidianamente nel mondo intero. E l’alba di una bella giornata estiva quando risaliamo, carichi come cammelli, vaghi sentierini che conducono alla cengia di metà pare- te, al di sopra dei primi 250 metri saliti dieci anni fa. Un’occhiata in alto e poi isoliti rituali preparativi. Sono questi i momenti in cui la conferma di quanto stiamo avviando dovrebbe esserci data dalle sempre meno incerte sensazioni che si affacciano all’approssimarsi dell’azione. Credo di osservare e non posso farne a meno, e sento che mi succederà qualcosa, qualcosa di non grave. Devo impegnarmi su questa parete come si va ad un appuntamento del destino, ma non è un fato maligno quel- lo che incombe da questi tetti che ci sovra- stano e da quelle placche sfuggenti in alto: e piuttosto un pedaggio alla felicita. Gli aspetti esteriori di una grande salita californiana occorrono subito: recuperi di zaini e materiale, risalite del secondo a jumar. Alla terza lunghezza vado avanti io: Popi ha dei brutti ricordi del tetto del Rondone, ma oggi con l’aiuto dei friends tutto è assai meno complicato. Popi continua in un bellissimo diedro già chiodato fino a un piccolo gradino di sosta. Qui si arrestava il tentativo prece- dente. Una parete del tutto liscia ci costringe ad estrarre il perforatore e così ci alterniamo in un faticoso lavoro. Il timore dell’oscurità ci fa ritirare in tempo e scendere velocemente sulle corde fisse.

6 luglio

Dopo un pasto soddisfacente e una notte di buon sonno, la ripida salita fino alla cengia e un piacere. L’aria fresca del mattino, il carico più leggero, le piccole grandi cose del bosco e il silenzio addolciscono l’incombenza della grigia parete. Le corde pendono immobili nel vuoto e presto, uno dietro all’altro, siamo ben al di sopra delle appuntite cime delle conifere. Quel vago vuoto allo stomaco che ti prende quando lasci il regno orizzontale per assorbirti nel verticale sparisce ai primi raggi di sole: si scioglie come neve. Non ho ancora detto a Popi le mie incertezze del giorno prima e ora mi sembra tutto così naturale che mi lascio prendere dai miei stessi movimenti: faccio solo attenzione che nessuna manovra contenga qualche errore. In breve siamo al punto massimo, dove ci attende un ammasso di materiale di ben complicata soluzione. Saliamo ancora in artificiale ma usando tutti i piccoli accorgimenti per forare il meno possibile. Dopo alcuni passaggi emozionanti Popi raggiunge la quinta sosta, un gradino esiguo ed erboso sotto un diedro gigantesco e obliquo a sinistra. É il mio turno, la fessura di fondo è di dimensioni assai variabili, quasi certamente si potrebbe salire in libera ma la continuità dell’ostacolo ce lo sconsiglia. Il tempo passa in fretta, non me ne accorgo perché sono del tutto impegnato nel gioco di risalire questo stupendo diedro. In cima trovo un piccolo terrazzino con una pianta, un punto di fermata naturale. Popi mi raggiunge dopo il consueto lavoro di pulizia e di sistemazione della corda fissa. Decidiamo di scendere perché e già tardi.

7 luglio

Il giorno dopo è simile, con le stesse sensazioni rinnovate, gli stessi movimenti. Accusiamo solo l’estrema lentezza in cui necessaria- mente stiamo progredendo. La settima lunghezza è un piccolo capolavoro di Popi in arrampicata mista. Da ricordare le sue esitazioni nel caricare con il peso un rurp, le protezioni sotto sono esigue e infide, il vuoto e gran- de. Siamo nel pieno cuore della parete, lungo la sua linea naturale, i colori vivi, la mica del granito luccica ad ogni sguardo che tenta di abbracciare questo mondo. La fessura continua in seguito sempre ben incisa, così proseguo io. Presto diventa camino strapiombante e subito dopo si restringe. Tento qualche movimento in off-width, ma vengo respinto dalla paura. Sistemo un vis-roc, un aggeggio cilindrico che si espande e fa pressione. Salgo ancora in off-width e mi sfugge di mano un grosso bong, allora metto un bong più piccolo di traverso e appeso a quello recupero il vis- roc che era sotto per rimetterlo più sopra. Solo così riesco finalmente a piazzare un buon friend. Il seguito e sempre duro e arrivo ad una nicchia bagnata. Intuisco che a destra, girando uno spigolo, si potrebbe proseguire con minori difficoltà e così, appeso con una mano ad una zolla riesco a mettere un chiodo oltre al quale mi affaccio al di là dello spigolo. Le corde non scorrono più. Ritorno alla nicchia e faccio so- sta, l’ottava. Popi non e molto convinto di questa mia deviazione, ciò nonostante va a dare un’occhiata. Lo sento piantare uno spit, in posizione scomoda, poi traversa a destra a corda e, sull’attrito delle suole, pianta un altro spit. Ancora a destra sulle corde e raggiunge una zona meno verticale. Le ore passano, io sono tutto bagnato, l’acqua della nicchia è più abbondante del previsto e fa anche freddo. Di fretta iniziamo le manovre di discesa, abbiamo solo mezz’ora di luce. Non ci confessiamo che siamo intimoriti da quello che ci aspetta, pendoli e manovre a non finire. Arriviamo però alla base, anche se è buio pesto. E buio anche dentro.

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9 luglio

Anche dopo una domenica di riposo, continua a sfuggirci il perché di quello che stiamo facendo. Nei giorni precedenti ci avevano seguiti dal basso con i binocoli ma nessuno degli amici ha saputo suggerirci una risposta di comprensione. Popi ed io ci sentiamo un po’ fuori dal tempo, impegnati in un’azione che per avere approvazione generale avrebbe dovuto svolgersi almeno dieci anni fa, il cruccio maggiore è pero quella preoccupazione iniziale, quel funesto incombere di un evento che nessuno sa e può evitare. E proprio così facile che una corda alla quale siamo appesi si rompa e fare la fine di Harlin? O sono soltanto dubbi di vecchiaia incipiente quelli che ci fanno tenere a silenzio le nostre paure? La risalita a jumar è lunga e sotto forte tensione. Arriviamo direttamente al punto massimo, sosta 9, evitando quella prima nel vuoto più assoluto. Giustizia vuole che vada avanti io, e dovrebbe essere l’ultimo tiro duro e complicato. Dopo varie manovre in parete, una rampa sale ora obliqua a destra e dopo 50 metri posso attrezzare una sosta scomoda. Riparte Popi su terreno più facile e in breve raggiunge una cengia con alberi. Lo seguo a jumar, aiuto il mazzo di ferraglia a districarsi, “attento, attento!”, un’ombra mi sfiora il volto e si perde rumorosamente nel vuoto. C’è sangue dappertutto, la maniglia dello jumar è rosso-attaccaticcia. Il sassone mi ha appena sfiorato ma dalla ferita poco sopra la tempia destra sgorga un sangue che mi chiude gli occhi. Il mazzo di materiale ha provocato la caduta della pietra e Popi è più emozionato di me, che ora son sdraiato all’ombra di un larice. Mi chiede ripetutamente come mi sento, se sono in grado di capire e di agire. Con il fazzoletto mi argina il sangue e io aspetto un po’ a rispondere. Poi faccio segno che voglio continuare, che non ha senso essere venuti fin qui solo per prendermi un blocco sul cranio. Mentre Popi sale lento e sicuro le ultime lunghezze, io lo seguo abbastanza lucido con dei brevi intervalli di sogno, dopo dei quali mi domando che cosa avevo pensato prima. I problemi più grossi della mia vita sono qui con me, palpabili: sembra che il sangue abbia fatto piazza pulita di ogni dubbio, la felicità mi sembra solo la conseguenza di una decisione che dovevo prendere. La cima è solo un giro di boa. Sempre più lucido io, pieno di mille attenzioni Popi, ci caliamo a precipizio: una, due, tre corde doppie, poi una quarta sulla soglia del grande vuoto. Oltre ci sono le corde fisse, che togliamo e sostituiamo con la corda doppia. I mazzi di corde li gettiamo nel baratro. In parete rimarranno solo qualche chiodo, il rurp, tutti gli spit e le soste attrezzate. La sera a Morbegno mi danno tre punti chiedendomi perché noi andiamo a scalare. Ancora oggi non so rispondere.

da Scandere, CAI sezione di Torino, 1985