Io mica lo conoscevo poi tanto Marco Anghileri (Butch e il chiodo)

di Paolo Trezzi

Io mica lo conoscevo poi tanto Marco Anghileri. Sapevo solo che era il papà di Giulio, un compagno di pallone del mio ragazzino ai tempi dell’Aurora.

Si sapevo che era uno forte ad andare su per sassi e libertà. Su per respiri e polmoni, ma nulla di più. Non era mica il mio eroe. Non era mica un mio compagno del fine settimana.

A me le montagne, come dice la mia amica Luisa Rota Sperti che pur di starci dentro le montagne si è infilata ad abitare a Somana a due tiri di corda dalla casa di Marco Corti Mela, il presidente dei Gamma, e quel Sasso Cavallo che l’avrà disegnato 1000 volte, piaccion solo dal basso e il lago da fuori. Cioè io sono di Lecco per sbaglio. Marco Anghileri per sbaglio sembra invece che ci stava giù dalle montagne.

Io l’ultima volta che ho fatto sport è stato nel 1986 ed ho l’età di Marco.

Io che son cresciuto ad Introbio e in Val Biandino, la liturgia delle liturgie per il paese, ci son andato una volta a 20 anni poi manco all’Acqua san Carlo ci son più arrivato. Io non vado nemmeno in Erna a vedere i miei bimbi con il bob, per dire.

Gli alpinisti son tutti burberi, gli alpinisti cercano i pericoli, o quantomeno non li scansano. Come è facile pensare sempre a questi luoghi comuni. Di solito lo dice chi fa la vita da malato per morire sano. Chi né negli occhi e né nelle narici giù fino ai polmoni ha respirato la vita e la fatica di arrivarci lassù. Dove non c’è niente, dove dicono c’è tutto.

Continuano a non piacermi le montagne dall’alto. Tanto più oggi che ancora una volta si son fatte gelose, si son fatte egoiste.

Però mi ricordo, caspita se mi ricordo i racconti in tv di Bonatti che spiega la sua versione, la versione vera, della storia del K2.

Senza astio, senza cattiveria. Io che quella montagna al suo posto gliel’avrei scagliata contro a chi mi stava rubando la verità da 50 anni. Mi stava rubando la vita e la libertà.

E mi ricordo anche di una risata di Marco Anghileri, di un gioco, di una furbata, di una magia. Di una gioia donata per il piacere di donarla. Tutta dentro un chiodo arrugginito.

Mi ricordo le mani che si impastano con la voce che ride, e com’è come non è, ti trovi lì a guardare un chiodo ruggine che salta fuori da una tasca, da una roccia. La sua mano. Il chiodo di Dino Piazza, di Torre Cecilia. Riportato a casa. Nelle mani di un vecio e lui Marco che non sta più nella pelle. Che ride e fa allegria, che ha un sorriso come se avesse portato giù lo zucchero filato per tutti i bambini del mondo.

E tu da un video di computer guardi e ti dici, caspita ma è un chiodo arrugginito, poi allarghi lo sguardo, guardi gli occhi del Piazza e… e capisci, provi a capire che bisogna vivere e godere la vita secondo regole semplici e serene.

In luoghi e con gente che ti rassomiglia. E lui era lì, era a casa.

Io mica lo conoscevo poi tanto il Butch ma è bastato poco per capire che quelle montagne che accarezzava, mangiava, viveva sono luoghi che gli assomigliano perché c’è sempre un chiodo da andare a riportare a casa, da veder riportare a casa o anche solo ricordare che uno un giorno ha fatto una magia e aveva casa sua in tasca e ce l’ha fatta vedere, ce l’ha fatta conoscere.

Anche a noi che stiamo qui in basso, qui giù, ancora una volta, ancora per un po’.

Torre Cecilia. Dino Piazza e Marco Anghileri