The fog of war

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Cerro Torre di Wolfgang Schrom (particolare)

 

di Gregory Crouch

 

[…] Cerro Torre, 1994.

 

I francesi  David Autheman, Patrick Pessi, e Frédéric Vallet tentano la quinta salita della via dei Ragni di Casimiro Ferrari. Tutti e tre sono guide alpine, Vallet ha già scalato tre 8000 e  Autheman ha salito il Fitz Roy. Per Pessi invece il Cerro Torre rappresenta la prima spedizione all’estero anche se, come gli altri, ha già una grande esperienza sulle montagne di casa e in tutta Europa.

 

Attaccano all’alba, senza sacchi a pelo e si arrampicano per centinaia di metri di terreno complicato. Svalicano il Colle della Speranza e scalano le pareti di brina dell’Elmo. Una tempesta li coglie sulla headwall.

Sulla spalla superiore si imbattono in una fessura naturale e vi si infilano dentro cercando un riparo. “Nel tunnel non era troppo male” racconta Autheman “non c’era vento e non faceva troppo freddo”.  Anche se non hanno idea in che punto della montagna si trovino, tutti e tre sono certi che vi sia ancora molto da scalare per arrivare in cima. Per due giorni si stringono nei loro sacchi da bivacco.

 

Il vento sembra calare nel pomeriggio del  terzo giorno. Avvolti nelle nuvole si arrampicano su pareti incrostate di brina via via sempre più difficili ma all’improvviso, come storditi, si ritrovano sul pianoro sommitale.

Qui bivaccano ancora, al riparo di una trincea naturale.

 

I francesi decidono di scendere per la Via del Compressore, relativamente riparata dai venti che provengono da ovest. “E inoltre” aggiunge Autheman “la montagna non era mai stata attraversata”. Attrezzano le  tre prime calate in doppia e sono sulle Ice Tower, dove una piccola forcella le separa dalla parete principale. Autheman, Pessi e Vallet  non conoscono il percorso. Esplorano la fessura di destra ma non vedono nulla. Trovano un ancoraggio più in basso ma verso sinistra e scelgono di utilizzarlo. Quello che non sanno è che la Via del Compressore è invece alla loro destra e che gli ancoraggi di sosta sono coperti da un’armatura di brina.

 

Si calano per due lunghezze trovando dei chiodi per le soste. Durante la terza calata, con le corde ancora in tensione, Autheman annuncia: “Siamo sulla strada sbagliata!”.  In quel momento uno squarcio tra le nubi mostra quanto siano ormai distanti dalla cresta sud-est, dove si snoda la Via del Compressore. E’ chiaro invece che stanno scendendo giù per la parete est, lungo la via aperta nel 1986 dalla spedizione slovena di Silvo Karo e Janez Jeglic. Sotto i loro piedi si spalancano mille metri di granito verticale e ghiacciato.

 

Autheman fa l’inventario del materiale rimasto:  meno di dieci viti da ghiaccio, un set di dadi, tre o quattro friends, una manciata di chiodi. Non è proprio l’attrezzatura per una big wall in Patagonia.

Il trio tiene un consiglio di guerra. Sono troppo stanchi per discutere ma l’estrema gravità della situazione impone un approfondito scambio di opinioni. Non sanno se troveranno ancoraggi lungo la discesa. Vallet è ottimista: “Stiamo bene, si tratta di una via, troveremo gli altri chiodi”. Pessi non si sbilancia, è indeciso tra il risalire e lo scendere, mentre Autheman vuole tornare su. “Se non riusciamo a trovare delle soste o se andiamo fuori via, puf, siamo finiti”, dice. “Ero molto, molto stressato. Volevo andare su ma non avevo più energie, di tutta quella forza che serviva per scalare gli ultimi tiri della via slovena fino alle Ice Tower. Quindi abbiamo tirato giù la corda”.

 

Scendono e continuano a trovare dei chiodi e brandelli di corde fisse ma la parete è verticale e sono costretti lasciare del materiale per rinforzare dei chiodi maltrattati da quasi un decennio di esposizione alle condizioni estreme della Patagonia. “Ci trovammo ad attraversare ma non sapevamo se andare a sinistra o a destra”, dice Autheman. “Fu molto difficile trovare la sosta successiva. Patrick era uno scalatore molto forte,  ha fatto un pendolo enorme”.

Si dirigono ancora a  sinistra per un canalone di ghiaccio che scende fino alla base. Raggiungerlo costa loro il resto della loro attrezzatura da roccia. E sono ancora ad almeno 1300 metri sopra il ghiacciaio del Cerro Torre.

 

Il ghiaccio nel canalone fornisce comunque altre possibilità di ancoraggio ma anche il rischio di essere esposti a nuovi pericoli. Pezzi di ghiaccio che cadono dal Via del Compressore sibilano lungo l’inghiottitoio, un blocco appena più grande strapperebbe i tre francesi dalla parete. Continuano a calarsi in una successione di singoli chiodi.

 

Gli scalatori americani Conrad Anker, Steve Gerberding e Jay Smith sono in una grotta di neve sotto il Cerro Torre, nell’attesa di riprendere il loro assalto alla parete est della Torre Egger, quando sentono delle voci. “Non avevamo idea da dove venissero” dice Gerberding. “Il tempo era pessimo”. Ma nessuno era salito al Colle della Pazienza. Gli americani sanno che non c’era nessuno sul Cerro Torre. “Abbiamo iniziato a pensare al fantasma di Toni Egger [l’alpinista austriaco morto mentre tentava la prima salita del Cerro Torre con Cesare Maestri nel 1959]”, dice Gerberding. “Finalmente vedemmo qualcosa lungo la via slovena. Non avevamo idea come avessero raggiunto quel luogo”.

 

I francesi utilizzano tutte le loro viti da ghiaccio quindi piantano una dietro l’altra le loro piccozze nel ghiaccio fino ad attrezzare l’ultima corda doppia. Superano infine la crepaccia terminale e rotolano nella neve per 100 metri fino al campo degli americani che li attendono con cibo e bevande calde.

“Sembravano piuttosto provati” racconta Gerberding “ma molto, molto sollevati”.

“E così che si arriva in fondo, senza più nulla. In montagna devi essere pronto a tutto ma a volte serve solo la fortuna”.

 

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