Donnafugata

Donnafugata non è solo quel luogo misterioso che è la dimora estiva di Don Fabrizio Salina nel Gattopardo. E’ anche  una via grandiosa di roccia che ripercorre le tracce dei più grandi alpinisti in una parete storicaC’è voluto un sud tirolese per portare il fascino enigmatico della lontana Sicilia in Val Corpassa, sulla Torre Trieste: Christoph Hainz. Pare che la coppia Hainz e Schäli abbia battezzato la via  nel senso letterale di “donna in fuga” o, ancora,  che il nome sia stato ispirato dalla nota casa vinicola siciliana di cui Hainz è un particolare estimatore. Poco importa, il fascino del nome e la bellezza della via restano ma soprattutto le sue impressionanti difficoltà.

di Cristiano Pastorello

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foto di Stefano Lovison

Mi sveglio quasi accecato dal bagliore delle stelle, milioni di puntini che brillano con un’intensità vista poche volte. Ogni tanto il blu è solcato da una scia luminosa, provo ad esprimere dei desideri e mi sorprendo come questi possano essere a volte in antitesi in funzione del momento che si sta vivendo.

Sopra di me si staglia possente lo spigolo sul quale corre la Cassin, abbiamo deciso di bivaccare comodi sulla seconda cengia. Le corde come giaciglio non sono il massimo ma tutto sommato non si sta poi così male. So che domani Claudio insisterà per finire la via e io sono stanco, troppa sete e troppa poca acqua per fronteggiare un’altra giornata caldissima di questo ottobre strano. A nord la neve, a sud un caldo sahariano. E pensare che ‘sta mattina faceva quasi freddo e ne ero contento perché la mia macchina corporea rispondeva bene, scalavo sicuro, poi son bastati 2 tiri al sole per mandarmi in pappa.

Claudio non fa testo, è un macinasassi anche se all’ultima lunghezza di oggi era stanco pure lui. Lo scudo giallo strapiombante non dà mai un attimo di tregua, anche sui gradi più facili sei sempre sulle braccia e la testa deve essere costantemente vigile per “scegliere” quegli appigli e appoggi che hanno la minor probabilità di venir via. Poi dalla seconda cengia in su cambia completamente, divenendo un calcare grigio da sogno.

Resto assorto dai miei pensieri. Mi gusto per il momento il semplice fatto di stare in montagna e questo mi rende felice. Dall’incidente di Riccardo è passato poco più di un anno ma la ferita non è ancora guarita del tutto, anzi è come se l’avessi curata male e avesse fatto infezione. Ero arrivato al punto che il solo pensiero di andare in montagna mi creava ansia, ma ultimamente mi sentivo meglio e osare è sempre un buon modo per superare i momenti difficili e poi sotto un cielo così guariscono tutti i mali del mondo. Ma sì dai, domani sarà un giorno di sofferenza ma ne varrà sicuramente la pena.

Suona la sveglia, bravo Claudio, io non l’avevo messa. I crampi da disidratazione si son fatti sentire durante tutta la notte e ora ci rimane un solo litro d’acqua dei sei portati via; ci deve bastare per la colazione e tutta la giornata. Probabilmente invecchiando si ha meno voglia di far fatica e sarà per questo che faccio un tentativo di deviare Claudio sulla Cassin, tentativo dal risultato negativo scontato. “Ma sì dai parto io, tanto c’è un tiro non troppo difficile così a lui tocca quello di 8a”; quanto vile e subdolo può essere l’uomo però ‘sti trucchi prima o poi si pagano.

Decidiamo di lasciare tutta la roba alla seconda cengia, per scaramanzia, perché così facendo il modo più facile per recuperarla è scendendo dalla cima, ma anche perché tirar su il saccone pesante com’è è un compito ingrato per le nostre già stanche braccia.

Riparto dalla cengia attraversando sopra la strapiombante parete gialla, è veramente un vuoto pauroso, ti prende quasi lo stomaco e dopo un centinaio di metri arrivo alla sosta da dove inizia la seconda sezione della via. Salgo su per un diedrino fessurato, da proteggere, su ottima roccia, almeno si comincia a scalare serenamente. Vado via fluido fino ad un tettino, passo lo spit e guardando in su vedo la futura espiazione delle mie colpe. 40 metri lisci da conquistare con i denti.

Tutti i nodi vengono al pettine, eccoti servito l’8a, altro che 6b. Porca vacca, guardo Claudio e tutto lo spettacolo che mi sta attorno e mi ricordo che in fondo son li per divertirmi mica per salvare l’umanità. Gli appigli sono proprio piccoli, come piacciono a me, caccole da tenere arcuando le dita, piedi in spalmo su roccia ruvidissima, chiusura bassa, altra tacca, su i piedi… voloooooooo. Ecco perché era buona, era mezza scollata dalla roccia, ma ormai sono galvanizzato. Riparto, movimenti bellissimi anche se l’obiettivo è passare da rinvio a rinvio. 7a/A2 è il grado dichiarato obbligatorio, però con tutta la buona volontà l’A2 qua in mezzo mica riesco a concepirlo. L’ultima protezione è sempre più lontana, con un ultimo lancio agguanto il cordone della sosta, “mollaaaaaaaaaaaaaaaa”…ma vuoi vedere che riusciamo a portarla a casa?

Claudio giustamente non si fa tanti scrupoli e tra corda e rinvii arriva velocemente in sosta, non abbiamo energie da sprecare e di duro ce n’è ancora tanto. È incredibile come da primo abbia ancora voglia di provare tutto in libera e la sua tenacia lo ripaga con un bel 7a per niente banale. Ultimo tiro duro, vado io, ormai per la libera non ne ho più da un pezzo e arrivo in sosta come meglio posso. Son cotto, nel vero senso della parola.

Claudio prosegue, ora ci sono sei tiri sul 6a però i piccoli sorsi d’acqua che ci concediamo servono solo a fare in modo che la lingua non si attacchi al palato e risulta difficile fare qualsiasi cosa. Quando percorsi la Carlesso mi guardai bene dal salire la variante Hasse, perché ora ci infiliamo proprio la? Sarà la disidratazione che annebbia il cervello, per fortuna Claudio è una motrice che mi traina in cima alla Trieste. Per me la terza volta, per lui la prima, lui le tappe non le brucia le distrugge.

In quei momenti impari ad apprezzare le cose essenziali della vita, come si farebbe senza acqua? Acqua sotto forma di neve, una salvezza, succhiamo a ripetizione finché uno stillicidio ci permette di riempire una bottiglia vuota trovata sotto ad un sasso assieme ad una matassa di corda e due vecchie kendo. Boh, sono strani ‘sti alpinisti.

Via giù veloci verso il saccone, via giù veloci per il canale verso il ghiaione, via giù veloci dal sentiero verso la birra fresca in camper e via giù veloci per tornare alle nostre vite di tutti i giorni.

Reinhard Karl diceva che saliva con l’Io che voleva essere e scendeva con l’Io che realmente era. Il mio “Io” che volevo essere me lo son sudato nel caldo della Sud della Torre Trieste, l’ho centellinato con sorsi d’acqua sognando che quella tortura finisse presto, l’ho messo sotto i tacchi confidando nella forza del mio compagno di cordata e una volta in cima non c’era più.

Scendendo ero solo un uomo, innamorato della montagna, con tanti sogni e tante paure, morto di fatica ma ricaricato dentro e assolutamente felice di tornare a casa dalla sua famiglia.

«Ho portato il mio Io sul punto piú alto e lo lascio lassú, l’Io che voglio essere. Scendo con l’Io che sono».

Reinhard Karl, Montagna vissuta: tempo per respirare.

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foto e tracciato a cura di Alpine Sketches

la relazione della via in Planet Mountain

Testo di Cristiano Pastorello
tutte le foto non citate sono dell’autore

Alpine Sketches 2013