Montagne di luce: Thalay Sagar

di Stefano Lovison

Il sole del primo mattino illumina la parete nord est del Thalay Sagar
Foto di Melvin Redeker

Situato alla testata dei ghiacciai Kedar e Kirti, il Thalay Sagar è una delle montagne più affascinanti non solo del  Garhwal indiano ma del mondo.

È la seconda montagna più alta sul versante meridionale del ghiacciaio Gangotri dopo il Kedarnath ma è più noto per le sue linee  caratteristiche e spettacolari.

Il Thalay Sagar è una montagna che non si concede facilmente e si capisce guardandolo che non c’è un modo semplice  per raggiungere la sua vetta di 6904 metri. L’arrampicata è esposta e impegnativa e percorrere ogni sua via rappresenta un premio prezioso per qualsiasi alpinista.

A tutt’oggi si contano appena una quindicina di salite alla vetta per una decina di vie. La parete nord, in particolare, è stata salita per 5 itinerari diversi, alcuni più diretti di altri.

La difficoltà fondamentalmente si concentrano sul superamento della famigerata banda di scisti, di rocce che si sfaldano, in prossimità della vetta.

Synopsis

Nel 1979 un piccolo gruppo di alpinisti inglesi e americani tenta la prima ascensione.  La guerilla band¹ composta da Roy Kliegfield, John Thackray  e Peter Thexton, si affaccia alla montagna dal repulsivo versante nord e intuisce nella cresta nord ovest una via per le proprie possibilità. Sia pure potendo scegliere l’itinerario più semplice impiegano otto giorni per salire in cima e ancora altri tre per scendere avendo cura di lasciare la montagna completamente pulita recuperando anche le poche corde fisse.

Non è un metro di corda è stata lasciato sulla montagna e nessuna altra attrezzatura. Una piccola spedizione non può permettersi di scartare tutto ciò che potrebbe essere utilizzato per scendere. I 500 piedi di cordino da 7 millimetri precedentemente fissato sulla parete sud alla fine si sarebbe rivelato poi un salvagente. Ci eravamo ritirati per un giorno e mezzo lungo la facile cresta occidentale. E invece delle pendenze dolci che avevamo fantasticato ci  trovammo tra sinistre pareti verticali di fango e di scisto, della stessa pietra nera e friabile della banda rocciosa appena sotto la cima. Tutto era pericolante appena sostenuto dal poco ghiaccio verticale. Ma non c’era altra scelta. Per 300 metri scendemmo in corda doppia con l’accompagnamento di frane sopra e sotto di noi. Impotenti ma miracolosamente risparmiati da quel bombardamento finalmente ci sdraiammo sul ghiacciaio lontani da ogni pericolo. Esaltati dagli effetti della troppa adrenalina ci abbandonammo a risate isteriche.
Le spedizioni di piccole dimensioni convivono con livelli di rischio più elevati. Devono far fronte con la fortuna e la misericordia della natura alla gravità del loro gioco di azzardo
“.

¹Small expeditions can be compared to guerilla bands. They move swiftly. They adjust instantly to the twists and turns of fate in the mountains. But they can also be more vulnerable, prone to more stress — and more strung out”.
(da Guerrilas in the Garhwal di John Thackray)

Quattro anni dopo, una spedizione polacco-norvegese guidata da Jamus Skorek con Andrezej Czok e i norvegesi Hans Christian Doseth, Havard Nesheim e Frode Guldal stabiliscono prima un campo a 5400, un successivo a 5900 metri prima di partire in stile alpino, il 16 agosto 1983. Scalano per 1000 metri di altezza in pieno pilastro nord-est incontrando difficoltà  TD+, VI+ e A1, su ghiaccio e misto in 7 giorni e mezzo. La sezione inferiore si rivela la più tecnica, mentre quella centrale, tra cui un canalone, è su terreno misto. La parte più difficile si dimostrerà la temibile banda di rocce sfaldate del cono sommitale. La squadra compie due bivacchi a 6150 metri, poi passa tre notti in una grande caverna a 6250 metri e due ancora a 6550 metri. Sono flagellati dal maltempo e nonostante le ferite riportate da Skorek cadendo  il 20 agosto, i cinque raggiungono la vetta di 6904 metri il 23 agosto. Bivaccano in discesa nell’ultimo campo e il giorno dopo, con dieci corde doppie sono tutti ai piedi della parete.

La stessa via venne ripetuta da Michael Kennedy e Randy Trover nel 1984 in stile alpino.

Prime lunghezze di corda durante il secondo giorno. Foto di Michael Kennedy

Nel 1993 una spedizione ungherese guidata da Attila Ozsvath riuscì nell’intento di salire la Nord in stile alpino. Sotto la “piramide nera” della sommità, però, fu costretto a deviare sulla cresta ovest, verso la via anglo-americana del 1979.

La parte superiore del  Thalay Sagar è bella ma fatta di roccia orrenda: nella parte più alta si devono superare rocce marce di scisti e calcare appena coperto da neve inconsistente e granulare. L’unica misura di protezione viene da soste e chiodi dall’affidabilità dubbia, non calcolabile. Raggiungemmo la base della banda friabile con due tiri, poi invece di salire verso l’alto su una linea suicida, scegliemmo una traversata orizzontale a destra. C’erano circa 60 m che ci separavano dai nevai della cresta dandoci la speranza di una sicurezza. Il nostro primo tentativo non riuscì. Ci mancò la determinazione necessaria per questa salita così rischiosa. I miei ramponi non facevano presa e raramente  trovavano qualcosa per sostenermi su 70° di scisto quasi verticale. Nevicò molto e fin dal mattino ci preparammo al bivacco su di una sporgenza di neve in piena parete. Il completo white-out  e il sibilo  di piccole valanghe di neve farinosa  aumentarono paradossalmente il nostro senso dell’umorismo. Trascorremmo due notti avvolti da nebbia e neve, poi ci rendemmo conto che dovevamo andare avanti, nevicasse o no! La scarsità di viveri e anche le circostanze non ci permettevano altre attese. Cercammo di uscire dalla parete traversando verso destra. A dimostrazione di essere sulla strada giusta, raggiungemmo subito i nevai della parete ovest. Nel frattempo il tempo stava migliorando e sul crinale ovest tutto sembrava diverso: sole e cielo blu. Pochi istanti piacevoli, troppo brevi per asciugare lo zaino e il sacco piuma, che erano un cubo di ghiaccio ma abbastanza per riorganizzarci nel primo posto orizzontale della salita”.

 

Nel 1994 Enrico Rosso, Giancarlo Ruffino e Alessandro Vanetti salgono il Pilastro Nordest lungo una nuova via che si collega alla via Polacco-norvegese, in piena piramide sommitale. A 200 metri circa dalla cima, però, la cordata è costretta a rinunciare a causa dei maltempo e delle pessime condizioni della parete. La via, salita in stile alpino (ED, VII e 80°), è stata chiamata Attraverso lo specchio.

“Gravati dal peso degli zaini i polpacci spingevano sul pendio di cinquecento metri. Arrampicavamo slegati per essere più veloci (e sicuri). In alcuni tratti emergevano dal ghiaccio le corde fisse della spedizione polacco-norvegese.

Nel tardo pomeriggio i nostri sforzi ci portarono al ghiacciaio più alto, alla base del Pilastro Nordest.

La parete anche in questa parte si mostrava compatta, costituita da un bel granito chiaro con evidenti linee di fessura e in alcuni tratti rigole di ghiaccio.

Decidemmo di salire proprio sul filo del pilastro, lungo una linea molto elegante, a destra della via Polacco-norvegese. Passata la terminale ci aspettava un altro pendio ripido di ghiaccio che ci avrebbe condotto al monolite. Mi mancavano poche decine di metri per arrivare alle prime rocce; avevo già individuato come risolvere un delicato passaggio di misto che mi avrebbe portato ad una buona fessura dove attrezzare una sosta. Procedevamo con questa tattica: il primo arrampicava scarico assicurato da due mezze corde portandosi con sé uno spezzone di statica lungo 60 metri. Arrivato in sosta fissava la statica, che il secondo iniziava a risalire. Raggiunto il primo 10 assicurava nuovamente con le due mezze corde, mentre il terzo, risalita a sua volta la statica, recuperava lo zaino. E così via per tutto il giorno.

Sopra il terzo bivacco. Foto di Enrico Rosso

L’arrampicata era fantastica, su roccia costantemente solida. l sistemi di fessure si susseguivano come per incanto. Alla nostra destra il vuoto era impressionante, lo sguardo correva giù lungo la parete nord, mentre alle nostre spalle, nei pochi momenti di sosta, una corona di vette ci faceva sognare future salite. Ma la quota iniziava a farsi sentire: nei passaggi più duri sembrava quasi che il cuore esplodesse.

Due belle lunghezze in goulotte ci portarono alla fine del secondo giorno di permanenza sul pilastro, ad un piccolo pulpito ghiacciato, dove con le piccozze ricavammo uno stretto gradino. Fu una notte tra le più scomode, il nostro corpo continuava a scivolare verso il basso trattenuto solamente dalle corde di sicurezza fissate all’imbragatura; in questa situazione precaria, a turno dovemmo cucinare e sciogliere ghiaccio per poter avere acqua sufficiente a reintegrare i liquidi persi durante la giornata. L’operazione durava circa tre ore durante le quali non si poteva riposare: il fornello acceso era bloccato tra le ginocchia con le gambe a penzoloni nel vuoto.

Il giorno successivo (sempre più stanchi) salendo difficili tiri di misto, piazzammo il bivacco alla base della piramide nera sommitale. Fissammo la tenda come la notte precedente, attaccata a un muretto di ghiaccio. Il tempo, dopo diversi giorni di bello, incominciava

lentamente a peggiorare, ma ormai ci sentivamo vicini alla cima: consideravamo che se tutto fosse andato come previsto il giorno successivo avremmo salito gli ultimi trecento metri di parete.

Unica incognita: la qualità della roccia della “black band”. Vivendo costantemente in una dimensione verticale oramai i miei pensieri non erano più focalizzati dalla precarietà dell’ambiente: potrà sembrare strano ma anche in situazioni come queste il nostro cervello elabora il vissuto rendendolo normale, quotidiano, condotto secondo ritmi rituali. Quella notte ritornai costantemente con la mente al racconto di Michael Kennedy in cui descriveva i tiri di corda lungo la parete sommitale: raccontava in particolare di una sezione tra le più difficili e pericolose che lui avesse mai scalato: «Un diedro strapiombante di roccia marcia praticamente improteggibile».

Il giorno successivo, sulla “black band”, decidemmo di arrampicare leggerissimi, con solo il materiale tecnico e una parte del poco cibo rimasto, in modo da poter essere il più veloci possibile. Un lungo traverso a destra con delicata arrampicata mi fece attrezzare

una sosta nel cuore della parete. Eravamo a 6800 metri, mancavano 150 o forse 200 alla cima, ma di questi tre quarti veramente impegnativi. Ci muovevamo su roccia inconsistente, formata da piccolissime lamelline pressa te l’una contra l’altra che si sgretolavano al solo tatto. Le possibilità di protezione erano vera mente aleatorie. Per diverse ore cercammo una soluzione: cercammo addirittura di attraversare maggiormente verso il centro della nord in cerca di ghiaccio, unica soluzione che poteva permetterci una progressione relativamente sicura, purtroppo il lungo periodo precedente di bel tempo aveva fatto si che di ghiaccio ce ne fosse ben poco in quel tratto. A tarda sera, provati dalla lunga giornata, decidemmo di ridiscendere al punto di bivacco della notte precedente per ritentare il giorno dopo. E che accadde quella notte penso che rimarrà impresso per sempre nelle nostre menti. Il tempo si guastò definitivamente, sopraggiunse una bufera. «Poco male – pensavo – per questa notte staremo al riparo nella tendina e forse il brutto tempo porterà un po’ di ghiaccio per salire l’ultimo tratto».

Il primo tratto nevoso dello sperone nord. Foto di Enrico Rosso

Ma stupidamente nessuno di noi si era accorto che il nostro bivacco era alla base di un enorme colatoio che dalla cima scendeva diritto sulle nostre teste. Per tutta la notte, la neve si accumulò sulla parete e verso le quattro dei mattino si scaricò su di noi. Non so per quante ore venimmo colpiti da scariche di neve ghiaccio e roccia; fortunatamente poco sopra la tenda un risalto roccioso fungeva da trampolino verso il vuoto. A ogni sibilo che preannunciava l’arrivo della scarica mi si contraeva tutto il corpo in attesa dei fatidico strappo che ci avrebbe fatto precipitare tutti insieme. Ma ciò non avvenne. Appena la bufera si placò, schizzammo fuori dalla tenda, la parete era irriconoscibile e il pochissimo cibo rimasto non ci avrebbe consentito l’attesa di un miglioramento definitivo del tempo. Eravamo spossati dalla notte trascorsa. Decidemmo di scendere! Dovemmo attrezzare tutte le corde doppie, e alla fine del pilastro avevamo esaurito quasi tutto il materiale. Le ultime calate le compimmo assicurati solamente da un unico piccolo stopper, altre da un chiodino a lama. Lungo il pendio terminale utilizzammo addirittura i sacchetti vuoti dei cibo e dei vestiario come corpi morti immersi nel ghiaccio.

Quasi tre giorni ci vollero per tornare al campo base avanzato. Mi sentivo uno zombi, le mani piagate, debilitato e affamato, al tempo stesso euforico da una ubriacatura di ossigeno. Mi sembrava quasi di masticare l’aria, deambulavo alla ricerca della tenda, completamente sconvolto dopo i dieci giorni di salita. La trovammo. Mangiammo quasi tutto ciò che era rimasto all’interno.

E il giorno dopo, come se nulla fosse successo, già progettavamo la prossima salita. 

Solo ora, riguardando le fotografie di quella mattina, comprendo ciò che accadde: Attraverso la specchio uscimmo e rientrammo nella realtà”.

Giancarlo Ruffino, Sul pilastro nord est, ALP 173, 1999.

Molte, poi, sono state le spedizioni che hanno tentato la montagna, soprattutto per la parete nord, sicuramente la più affascinante, ma tutte senza successo.

Sarà il colpo di due fuoriclasse, Andrew Lindblade (Australia) e Athol Whimp (Nuova Zelanda) a schiudere la porta della prima direttissima alla parete nord.  Dopo un tentativo l’anno predente, nel 1997  i due impiegano sette giorni per superare in stile capsula il grande couloir centrale fino al punto dove la via degli ungheresi piega decisamente a destra e continuano cercando una via logica diretta alla vetta. Hanno bisogno di ben 6 ore per superare  i 150 metri della banda sommitale fatta di roccia decomposta e friabilissima. Risulta il primo percorso a salire integralmente  la parete nord: 1.400 m di arrampicata classificata VII 5.9 WI5, una via avveniristica che fu premiata col Piolet d’Or nel 1998.

Nella parte superiore dei nevai basali in vista del couloir centrale. Foto: Athol Whimp.

Nella parte superiore dei nevai basali in vista del couloir centrale. Foto: Athol Whimp.

Questa cordata speciale nel 2003 tentò con stile pulito e senza timori la parete nord dello Jannu, sulla via che i russi avrebbero poi riempito di corde fisse. Di Whimp ricordo la quarta salita completa della via di Casarotto sul Fitz Roy e un assolo audace sul Cerro Torre su quella che ‘era’ la via del Compressore (seconda salita solitaria dopo Pedrini).

Il 'ledge nel central couloir, a circa 6400m. Foto: Athol Whimp.

Il ‘ledge nel central couloir, a circa 6400m. Foto: Athol Whimp.

Athol Whimp è scomparso nel Fiordland in Nuova Zelanda nel febbraio del 2012 all’età di 50 anni. Con Andrew Lindblade, un esempio di stile, coraggio e approccio etico che li ha  contraddistinti sulle più difficili montagne del mondo.

Nel 1998 tre coreani Choi Seungchul, Kim Hyun jin e Shin Sang man nel tentativo di ripetere la via Lindblade/Whimp precipitano dopo aver superato tutte le difficoltà di questa via durissima.

Il 17 maggio 1999 è la volta dei russi Alexander Klenov, Mikhail Davy, Mikhail Perscin e Alexey Bolotov  che installato il campo base in prossimità del Kedar Lake a 4700 metri e un ABC a 5400 m, attaccano la grande parete a destra del Central Couloir. Guadagnando circa 200 m al giorno e bivaccando su portaledge a causa dell’assenza di sporgenze naturali, in 11 giorni complessivi di scalata in stile alpino attraverso un percorso estremamente pericoloso che chiameranno appunto High Tension tracciano la diretta russa  giungendo in cima al Thalay Sagar alle 14:00 del 27 maggio.

Discesa dalla cima verso l’ultimo campo. Foto M.Davy

Klenov alle prese con gli scisti sotto la cima. Foto A. Bolotov.

Dopo 4 anni di silenzio nel 2003 il campo base del Kedar Lake si ripopola. Vi sono coreani, olandesi, francesi e bulgari.

I francesi Stéphane Benoist e Patrice Glairon-Rappaz dal 21 al 30 settembre realizzano One Way Ticket 1400m, 29 lunghezze, WI6, M6 e F5b.
Dopo 10 tiri nei primi 2 giorni (neve 50/75°) prima di rimanere bloccati a 6000 m per 3 giorni dal cattivo tempo, in altri tre giorni per raggiungere la cima il 29 settembre alle 17.00 attraverso la via Lindblade/Whimp e l’uscita in vetta per la via polacco-norvegese.
Scendono in corde doppie fino a 6500 m. dove bivaccano un’altra notte nel portaledge prima di scendere al campo base avanzato, in parte utilizzando le corde fisse della spedizione coreana nella parte bassa della parete.

I bulgari Hristov e Levakov attaccano la parete nord l’11 ottobre. Iniziano la mattina presto salendo le corde fisse precedentemente installate. Poi salgono su terreno misto molto difficile e  pericoloso fino ad accedere alla spalla sotto la vetta a circa 6700 metri. Lì il vento fortissimo li costringe a ripararsi in una truna. Con poco cibo e niente per bivaccare cercano di difendersi dal freddo e trascorrono una notte difficile. Il giorno dopo per la cresta ovest si dirigono verso la cima. Attraverso un camino di IV+, dove la roccia è – per usare un eufemismo – friabile, finalmente alle 13:00 sono in vetta . Dopo 6 notti su un portaledge e una notte in una grotta di neve i due bulgari  riescono a scendere fino al campo base avanzato: Between Light and Shadow è fatta!

Gli olandesi dirigono le proprie attenzioni sulla parete est. Sono avversati durante il loro attacco finale dal maltempo ma riescono raggiungere la cima.  L’itinerario olandese è una via piacevole rispetto agli altri itinerari sulla nord ed è soprattutto sempre al sole!

Dopo tutta l’attività che aveva avuto luogo sul Thagay Sagar nel 2003 sulla parete nord era difficile immaginare un’altra linea. Nel 2004 Denis Burdet, con i tedeschi Thomas Senf, Stephan Siegrist e Ralph Weber, seguendo le tracce di un tentativo degli spagnoli Jaume Altadill, Oscar Cadiach, Jordi Camprubi, Jeronimo Lopez e Xavier Perez aprono una nuova via sul gran pilastro che sorregge la cresta ovest. E’ una linea relativamente sicura all’estrema destra della tetra parete nord realizzata in stile classico assedio, utilizzando due campi sulla parete e tuttavia ogni attrezzatura e corda è stata tolta dalla montagna. Undici giorni di arrampicata effettiva sono stati necessari per creare Harvest Moon, F6a e A3, WI 5, M5+.

Nel 2006 una grande spedizione coreana realizza una variante di uscita dalla diretta del Central Couloir. Gu e Yu sono in vetta il 10 settembre e dedicano la nuova via, Period For Friends, la settima della parete nord del Thalay Sagar, ai loro tre compagni Choi Seungchul, Kim Hyun jin e Shin Sang man precipitati sullo stesso itinerario nel 1998.

Topos

La parete nord

Foto di Melvin Redeker. Tracciati a cura di Alpine Sketches

Foto di Melvin Redeker. Tracciati a cura di Alpine Sketches

1. Cresta ovest – Original Route (Kligfield/Thackery/Thexton, 1979; c. 1400m: 60° da 5.8 a A1).
2. Parte alta della cresta nord est (Czok/Doeseth/Guidal/Nesheim/Skorek, 1983; c. 900m: TD+: VI+ e A1, ghiaccio e misto).
3. Parete Nord, Original Route (Dekany/Ozsvath, 1991: c. 1400m: ED1/2, V+ e 85°).
4. Attraverso lo specchio, tentativo degli italiani sulla cresta nord est (Rosso/Ruffino/Vanetti, 1994; c. 750m, ED2: VII e 80°).
5. Diretta del Central Couloir (Lindblade/Whimp, 1997, c. 1400m, WI5 e VI+).
6. High Tension, diretta russa (Bolotov/Davy/Klenov/Pershin, 1999, c. 1400m, F7b e A3).
7. Via degli olandesi, parete nord est e cresta sud est (van Berkel/van de Gevel/Redeker, 2003, c.800m, ED1/2, WI5: V+ e A1).
8. One Way Ticket (Benoist/Glairon-Rappaz, 2003,  c. 1400m, WI6, M6 e F5b).
9.  Between Light and Shadow, via dei bulgari  (Hristov/Levakov, 2003, c. 1400m, VII-, A2 e ghiaccio e misto).
10. Harvest Moon, pilastro nord ovest (Burdet/Senf/Siegrist/Weber, 2004, c. 1400m, 6a, A3, WI 5 e M5+).
11. Period For Friends, variante di uscita dalla Diretta del Central Couloir (Gu/Yu, 2006, 1,400m, 5.8, A3, M5 e WI 5+).

La parete nord est

Foto e tracciati di Melvin Redeker, http://www.melvinredeker.com

A sinistra la via olandese: van Berkel/van de Gevel/Redeker, 2003, c.800m, ED1/2, WI5: V+ e A1.
Al centro è il tentativo polacco che non riuscito a causa di una caduta 150m sotto la cima: 650m, 5,9 A1 55 °, Kpys-Skierski, 1987.
A destra la cresta nord-est con la via polacco-norvegese, 1983.
All’estrema destra non ben visibile oltre lo spigolo è il tentativo italiano, Rosso-Ruffino-Vanetti, 1994.

Stefano Lovison
Alpine Sketches © 2012

Bibliografia:

Andy Fanshawe and Stephen Venables, Himalaya Alpine-Style
Giancarlo Ruffino, Sul pilastro nord est, ALP 173, 1999
http://www.asthemountainrises.com/thalay-sagar/
L’Himalaya del Garhwal in Alp, nº 173, settembre 1999