Rest day in Taghia

di Maurizio Oviglia

Bianco. Un soffitto bianco mi riporta dai sogni confusi alla realtà. Stropiccio gli occhi e guardo l’orologio. Le sei. “Maledizione, non riesco più a dormire, neanche oggi che è un giorno dedicato al riposo!”. Rolando e Michele, invece, sono avvolti nel sacco a pelo che dormono. Li invidio, io più son stanco e meno dormo: sembra che abbia un orologio nella testa, sintonizzato con i giorni di “levataccia”! Una luce fioca si diffonde nella stanza dalla piccolissima finestra in alto, l’unico punto di luce. Mi sollevo e attraverso di essa riesco ad intravedere le rocce dell’Oujad e il cielo blu del mattino. Realizzo appieno che siamo ancora qui a Taghia, anche perché mi sento le ossa tutte rotte dalla fatica di ieri. Vorrei essere a casa e riposarmi per bene, ma non è possibile, semplicemente perché siamo qui, lontano da tutto ciò che abbiamo lasciato in Italia. Un asino raglia forte nella stanza vicino a noi, il gallo ha ormai cantato da un pezzo: in dieci giorni qui ho imparato che ciò significa che fa bel tempo e non piove: che effetto strano ritornare indietro ai ritmi degli animali da fattoria! Troppa poca luce per leggere…decido di alzarmi.

Fuori dalla porta, come tutte le mattine, a qualsiasi ora mi alzi, incontro Säid. Il suo sorriso è sempre accompagnato da uno stentato “Bonjour, bien dormì?” poiché, come la maggioranza dei berberi, conosce solo approssimativamente il francese. Non sono ancora del tutto sveglio, ma la luce del cortile investe forte le mie pupille abituate alla penombra della casa, facendomi arretrare di un passo. Poi, timidamente, mi immergo nuovamente in questo microcosmo contadino che è Taghia e che mi sono abituato oramai a vivere a giorni alterni, quando non siamo in parete. La vecchia di casa, sicuramente la nonna, è già curva sulle pannocchie. Probabilmente è tutta la vita che si occupa del granoturco, perché anche quando si alza, la sua schiena rimane curva come se fosse seduta… Invece Rachida, di soli sedici lune di vita, gioca in bilico sul tetto, senza che la mamma si preoccupi. Un’ennesima porta, chiusa con un sasso, segna la casa di Säid, che la sporadica presenza di ospiti stranieri ha in parte trasformato con qualche modesta comodità. Al di là vive Taghia con i suoi ritmi di sempre, e basta varcare questa soglia per sentirsi addosso mille occhi curiosi.

Passa un gruppetto di bambine che si avvia verso la scuola, un cubo di cemento senza pavimento, poco più in là, all’estremità del villaggio. Hanno zainetti, matite e quaderni tutti uguali, che ha portato un giorno una signora senza hijabe sulla testa, venuta dalla pianura. Il maestro, originario di un paese vicino a Casablanca, è seduto sull’uscio della scuola e guarda spesso nel vuoto attraverso i suoi occhiali spessi. Forse in questo paese si annoia, o semplicemente aspetta che il tempo passi e venga l’ora della lezione. Ma a Taghia non esiste orario, e gli allievi si recano a scuola quando vogliono, a piedi o a dorso di asino. “Parli bene il francese”, mi ha detto qualche giorno fa il maestro. “Io insegno ai bambini di Taghia il francese e l’arabo. Ad esempio, mi dice: Mohamed, le père de Youssef, conduit la voiture. Youssef va à l’ecole…” “Ma a Taghia non ci sono macchine ed i bambini non ne hanno mai vista una!”, scherzo io. Il maestro ride forte spalancando i suoi denti storti, l’umorismo non dev’essere pane comune qui, in questo villaggio di contadini! Poi riaccende la sua radiolina, che gracchia parole incomprensibili.

Mentre i ragazzi giocano a football fuori dalla scuola con una bottiglia di plastica, le bambine stanno in disparte e non smettono di guardarmi con i loro occhi grandi e neri. Una, che riesce a vincere il timore, mi chiede un bombon. Ha vaghi tratti mongoli nel taglio degli occhi, così mi ricordo di aver letto che i berberi un tempo migrarono in queste terre dalla regione della Mesopotamia. Sono imbarazzato e mi sento un intruso in questo villaggio. E provo tenerezza per queste future donne, già a tre anni avvolte nei foulard e con le gonne lunghe, condannate a lavorare tutta la vita, anche per conto degli uomini. E penso a Fatma, la moglie di Said, che trasporta un fascio di pannocchie pesante come uno dei nostri zaini, tanto che Rolando ha fatto fatica a sollevarlo. Le abbiamo rubato un sorriso imbarazzato, coperto con la mano. Sua figlia Safya, non molto più giovane di lei, sbriga invece le faccende di casa e bada alle capre, portando sulle spalle la piccola Rachida. In casa viene spesso un ragazzo, con molta probabilità il suo futuro sposo, scelto dai suoi genitori. Safya è bella e sana, e sicuramente il ragazzo pagherà una buona dote per lei. Avranno una casa con asini, capre e cani ringhiosi a far la guardia, sicuramente tanti figli, e il primo maschietto lo potranno chiamare Mohamed, come vuole la religione, come vuole il re. Inch’allah.
Tutto questo viene accettato come un ordine soprannaturale delle cose, che però a me riesce difficile assimilare. I miei pensieri scivolano lievi e furtivi tra me e gli occhi delle donne, senza che né io né loro riusciamo ad afferrarne il senso e a sostenerne il peso. Vorrei passare sulla terra rossa di Taghia leggero, senza lasciare impronte, senza che la mia immagine si fermi nelle loro pupille più di un istante…

La mattina dei rest-day vado spesso a fare una passeggiata, solo, alle sorgenti. Mi piace andare là, perché mi sembra un luogo magico. Tra ginepri contorti, rocce, gole e pareti vertiginose, alla base di una montagna che sembra un gigantesco pain de sucre, sgorga copiosa l’acqua cristallina che dà la vita al villaggio. Bevendola qualche francese è stato male, dunque si dice che non sia potabile, a causa delle migliaia di capre e montoni che stanno lassù, sull’altipiano affacciato sul Sahara. Eppure i bambini del villaggio bevono dal torrente e camminano seminudi sotto la pioggia scrosciante senza ammalarsi. Potenza degli anticorpi! “Les enfants de Taghia sont chivres” ripete sempre il Signor Fekkak – storpiando la parola chèvres, come usano fare i berberi – che possiede una piccola telephone boutique a Zaouiah. I bambini di Taghia sono come capre…e non potrebbe essere diversamente, penso. Alle sorgenti non faccio nulla, semplicemente siedo a fianco all’acqua e contemplo le gole, che si aprono maestose di fronte a me. Mi piace poggiare le costole contro il freddo calcare dell’Oujad: poche volte ho appoggiato la schiena contro una parete di 1000 metri, una montagna intera. Forse mai l’ho avvertito come qui a Taghia. Mentre trascorro le ore del mattino in solitudine alle sorgenti, il pensiero torna inevitabilmente alla nostra parete, lassù, da qualche parte nelle gole. Un grande saccone appeso in sosta, ogni giorno poco più su, testimonia i nostri lenti progressi di questi giorni. Abbiamo infatti deciso di non dormire in parete e tornare ogni volta a riposarci al villaggio, nell’illusione di recuperare le fatiche dei giorni di scalata. Ma siamo comunque sempre più stanchi e le energie mentali stentano a rigenerarsi, pure qui, in questo angolo di paradiso. Abbiamo però la possibilità di gustarci appieno questi momenti e di vivere a stretto contatto con la gente del villaggio. “Quando sono in parete ho l’impressione di essere in Dolomiti, sopra casa mia” mi ha detto ieri Rolando “…se non fosse per la roccia rossa, che strano arrampicare sul calcare rosso sangue! L’aria frizzante della montagna è la stessa delle crode… Ma quando ci affacciamo sul villaggio capisco che siamo lontani dalle Alpi, veramente fuori dal mondo” Fa uno strano effetto non ritornare alla nostra macchina, ma in una casa di pietra con il tetto di rami di ginepro. Eppure è bello avere un tetto e qualcuno che ti aspetta, anche se torni al buio e solo qualche candela e abbaiare di cane ti indica le case. Le nostre giornate in parete cominciano all’alba e finiscono al tramonto, ma l’unica percezione che abbiamo del tempo è l’incombere di quella sottile linea che separa il giorno dalla notte. Solo la pila frontale ci permette di spezzare questa legge celeste, e di ritornare al villaggio guadagnandoci il riposo, fuggendo dal buio e dalla dimensione verticale delle gole, dal vuoto stomachevole della nostra parete.

E’ domenica pomeriggio e abbiamo oziato tutto il giorno sorseggiando il the alla menta preparato da Säid, poco prima che partisse a piedi per acquistare i viveri al souk, il mercato che si tiene ogni lunedì a Zaouiah. Questa sera è Fatma, che cucina per noi. Seduti sui tappeti, tutti e tre immersi nella lettura, cerchiamo di leggere e passare il tempo. La mente è però lassù, sulle rocce, appena fuori da queste mura. Una sottile apprensione sale dal cuore alla gola e fa sudare la punta delle dita: domani è il giorno in cui tenteremo la salita in libera della via e non dovremo sbagliare. Ripassiamo mentalmente le note di questo lungo brano musicale che abbiamo composto ripetendoci, senza crederci veramente, che potremo anche improvvisare, che ce la faremo anche senza ricordarci tutti i movimenti. Nei primi passi pesanti sul sentiero, ognuno interrogherà in silenzio le sue membra per capire se è tutto a posto. Piedi, ginocchia, dita, polmoni e cuore risponderanno al silenzioso appello della mente, occupata da mille pensieri stretti tra loro come rami di ginepro. Le dita suderanno sul calcare freddo della notte. Lo spigolo della suola si plasmerà sulle piccole rugosità verticali di quel magnifico vestito rosso che metterà domani la parete per noi. Tutto il nostro essere si sforzerà allora di trasferirsi nelle nostre estremità e di aderire. Taghia in quel momento sarà lontana, perduta nel tempo, in un’altra dimensione. Il sole ha ceduto nuovamente il posto alla luna, che si è alzata ad illuminare i tetti di Taghia e le pareti che incombono sul villaggio. A parte gli asini ed i cani, tutto tace. Solo noi usciamo nervosamente a scrutare il cielo dell’Atlantico, sbirciando il barometro. Sono le 8 di sera, e la famiglia di Säid già dorme, sepolta sotto un cumulo di coperte. Domani per noi è un giorno importante, ma non lo potremo condividere con nessuno, perché il nostro agire appare qui insignificante. Per la gente di Taghia sarà un giorno qualunque, uguale a mille altri che sono passati. Prima di partire per il mercato, Säid ha guardato il cielo e mi ha confessato candidamente che non poteva sapere se sarebbe piovuto o no. Ho provato tenerezza, forse nessuno gli aveva mai chiesto cosa ne pensasse del tempo: le previsioni metereologiche non fanno evidentemente parte della cultura magrebina. Tutto qui è fermo, e il tempo scorre lento, dannatamente lento, tanto che solo pochi indizi ci dicono in che secolo stiamo vivendo. Dopodomani sarà esattamente uguale a oggi, sole o pioggia poco importerà, ma ci sarà nuovamente tempo per pensare…

Il report
“Appena giunti a Taghia abbiamo cercato di renderci conto delle possibilità, ma in due giorni di frenetiche camminate, non siamo comunque riusciti a vedere tutto. Alcune parti dei canyon sono difficilmente percorribili e, comunque, non è stato difficile trovare pane per i nostri denti. Nostro obiettivo era aprire una via moderna, cosicchè ci siamo indirizzati sulle pareti più lisce ed adatte a questo stile. Individuata una linea sull’Oujad di più di 600 m, abbiamo quindi faticosamente portato il materiale alla base. Un indicazione del francese Alain Bruzy, incontrato sul posto, ci invitava però a dare un’occhiata oltre, nelle gole dell’Akka ‘n Taghia.

Con un’ulteriore ora di marcia ci siamo infatti trovati di fronte all’immensa parete rossa del Tadrarate, senza neanche una cengetta o un arbusto…è stato un colpo di fulmine, e ce ne siamo subito innamorati! Tornati a prendere gli zaini abbiamo iniziato la via (che pareva tutt’altro che facile), sotto un sole estivo. Avevamo comunque i giorni per fare almeno un tentativo, ed eventualmente tornale al vecchio progetto… Col passare del tempo la fatica accumulata saliva, la parete non finiva mai (anzi, diventava più difficile), e la meteo era sempre più variabile. Tutte le giornate dedicate alla parete iniziavano alle 5 del mattino e finivano alle 8 di sera, dopo un rocambolesco rientro al villaggio di notte, su un terreno che non permetteva di mettere un piede in fallo, pena un salto di 100/200 m nel fondo della gola. Due volte poi ci ha sorpreso nella parte alta della parete un diluvio di acqua che ha messo a dura prova le nostre energie psico-fisiche. Non v’era dubbio, ormai, la via ce la dovevamo guadagnare tutta, e non era certo una passeggiata, né una vacanza rilassante! Nonostante nell’alto della parete la roccia fosse meno lavorata e la nostra progressione lenta, la via stava nascendo e proponeva una continuità nelle difficoltà notevole, rivelandosi ad ogni tiro di bellezza incredibile, sempre su roccia stupenda.

Dopo 5 giorni di fatiche in parete finalmente abbiamo terminato la via, nei numeri 12 tiri e 570 m di sviluppo, con quasi 450 metri continui sopra il 7a.

Dopo due giorni di riposo abbiamo dunque provato come d’abitudine la rotpunkt, in un giorno assai freddo e con il cielo terso. Dopo che io ho salito i primi tiri, con lo stress di non sbagliare e fare un salto di parecchi metri, magari compromettendo il momento clou della spedizione, è toccato a Rolando continuare. Rolly ha condotto bene, nonostante fosse impossibile ricordarsi tutte le sequenze (senza averle ripassate) di tanti metri così tecnici, ed ha spinto a fondo sull’acceleratore, liberando pure il tiro chiave (7c+); purtroppo è però caduto ripetutamente sul successivo (7c), ormai sfinito.

Tutti non avevamo più pelle sui polpastrelli né “morale” per ritentare, ed è stato giocoforza rinunciare alla rotpunkt in giornata. Dopo 24 ore di riposo eravamo nuovamente carichi per ritentare, ma il tempo si è guastato irrimediabilmente, ed è piovuto ininterrottamente per 14 ore. Il giorno dopo era la nostra ultima carta e, nonostante le nuvole minacciose, abbiamo deciso di raggiungere la cima della montagna e calarci sino al tiro da liberare. Nonostante avesse ormai ricominciato a piovere, Rolando ha messo in campo il suo incredibile livello, ed è salito sul 7c come un fulmine e a freddo, salvando almeno la libera dei tiri,appena in tempo che il diluvio ci cogliesse un’ennesima volta. Il ritorno a valle, la sera stessa, è stato quanto mai avventuroso. I torrenti erano fiumi di acqua fangosa e la notte era ormai scesa. Dopo numerosi guadi e completamente fradici l’abbiamo finita a bussare alle case di fango di Zaouiah, sperando che qualcuno ci aprisse. L’ospitalità di questa meravigliosa gente ci ha ancora una volta sorpreso, accogliendoci a braccia aperte con un caldo thè alla menta, il cosidetto whisky berbero.

La via nuova l’abbiamo battezzata “Sul filo della notte” (Sur le fil de la nuit) per ricordare tutte quelle giornate passate a rincorrere con ansia il sottile filo che separa il giorno dalla notte. Taghia è stata proprio una bella avventura, impegnativa e stressante, perché è sempre molto faticoso aprire una via in questo stile e su queste lunghezze. Crediamo di aver regalato qualcosa di bello ed impegnativo ai ripetitori, che sicuramente potranno concedersi una scalata sportiva engagèe in modo più rilassante del nostro. Sfiniti dai 90 kg di materiale che avevamo appresso e da tutte le fatiche e lo stress che l’apertura ci ha richiesto, ci eravamo dimenticati cosa fosse l’arrampicata sportiva, e ci toccherà forse tornare per gustarcela appieno…”

Tadrarate, 2803 m, parete sw,  Gole di Taghia, Alto Atlante, Marocco
“Sul filo della notte” (Sur le fil de la nuit)
570 m, 7c+ max, 7b obbligatorio
Rolando Larcher, Maurizio Oviglia e Michele Paissan, ottobre 2003

testi e fotografie di Maurizio Oviglia

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