La grande estate

Di Luca Visentini

Entravamo di continuo in valle sulla mia Renault 4 rossa o sulla sua Uno bianca. Due auto fatalmente evocative… ma tant’è! Volavamo sopra le pozzanghere, a tavoletta lungo lo sterrato, conoscevamo oramai a memoria il fondo ed eravamo sempre soli in quei lontani mattini, decisamente sul presto.

Glissai per tutto giugno: – Tu sei un fuoriclasse e io un escursionista, lasciamo perdere –. – No, sono stufo dell’estremo, voglio finalmente divertirmi e scoprire con te le vie normali.

A luglio, per prima, Cima Stalla. – Permetti? – mi soppesò lo zaino e ne eliminò metà del contenuto, mi autorizzò la tavoletta del cioccolato e sostituì i miei scarponi con un paio di sue miracolose “tennis” buone fino al IV grado ed eccellenti addirittura sui ghiaioni. Lì a Pian Meluzzo. Poi, sulla cima, una goduria. Saliva e ad alta voce faceva la cronaca in diretta. Tra i mughi, pardon, le mughe: – Senti che caldo che buttan fuori… ’ste troie! –. – Ho cinque o sei vie su questa parete ma non sono mai stato in vetta, che bello! – (e mi ringraziava persino). Lungo il versante orientale, dove insistendo assieme a un compagno di cordata cittadino mi ero incrodato in un precedente tentativo con la relazione di Antonio Berti: – Vuoi che mi sposti sul difficile o non stai invece cercando l’itinerario più semplice?

E la corda filava, per uno straordinario intuito, velocissimamente.

Tornavamo spesso giù, con più cime nel sacco talvolta, nel pieno ancora della luce.

Sulla sommità del Toro, mentre io seduto al sole miravo beatamente il Castello di Vedorcia, lui si agitava dai bordi e si sbracciava urlando al gestore del distante Rifugio Padova: – Ferruccio, siam qua – qua! – mandaci su due fighe –. Fingeva, portandosi una mano all’orecchio, di avere ottenuto risposta e replicava: – Come? Hai soltanto delle tedesche? Mandaci su le tedesche!

Su Punta Pia. Sopra il Rifugio Pordenone avevamo abbandonato a un certo momento il canalone risolutivo per la stessa Forcella Pia, tratti in inganno ancora dal Berti che suggeriva di affrontare la cuspide dalla parte della Forcella Scura. Avevamo guadagnato una minuscola spalla vincendo un salto impegnativo. Mi disse: – Tu intanto fumati una sigaretta e riposa, io vado in avanscoperta per quell’accenno di cengia verso il Padova –. Guardavo nuovamente allo sfarzo di Vedorcia. Erano passati tre minuti appena e mi prese un colpo. Da dietro, alle mie spalle, dodici metri al di là di un’interruzione ricomparve d’un tratto gridando: – La cengia gira tutt’attorno! La cengia gira tutt’attorno! –. Felice quanto un bambino. Nei comodi landri che tale cengia incredibilmente sospesa occultava, lui avrebbe molto volentieri abitato.

Sui Frati. Io stanco, mi aveva trainato in conserva per la lastronata terminale come una bestia da tiro. Sul culmine, poi, aveva rinvenuto il bolo dell’aquila con dentro le unghiette di un roditore. Me ne porse un pezzo entusiasta: – Porta fortuna, porta (indovinate, indovinate…) la figa!

Presso il Bivacco Granzotto-Marchi, di sera, alla vigilia della Cresta del Leone, aveva rimediato le legne per scaldare la pastasciutta dal cartello che ammoniva di riportare tutti i rifiuti a valle. E in seguito con Ruggero Petris, il responsabile del CAI di Pordenone che si doleva in piazza a Cimolais per il medesimo cartello chissà da quali visitatori bruciato, si mostrò solidale: – Bastardi! – (Ruggero non prendertela, siamo a questo punto prescritti…).

Un’altra sera, un’ulteriore vigilia presso il Bivacco Baroni, la legna di certo non scarseggiava in alta Val Montina. Dopo l’immancabile pastasciutta ci attardammo di notte accanto al fuoco e lui di tanto in tanto entrava da solo, al buio, nella fitta macchia. Lo sentivo sgolarsi con gli spiriti del bosco: – Non mi fate paura! Eh! Avete capito! Eh! Attenti! – lo scorgevo tornare sommerso di fascine. E l’indomani era uno spettacolo vederlo zampettare su per le leggendarie Torte, esperto e lieve, un camoscio.

La sua familiarità con il Campanile era d’antologia. La cosa più difficile? Con le corde e il materiale d’arrampicata, l’ora e mezza di sentiero fino all’attacco. E alla seconda sosta, prima di entrare nel camino-diedro: – Questo appiglio prendilo così, alla rovescia, altrimenti resti lì di nuovo per un’ora e mezza come Rolly M..

Sulla Forcella Vacalizza mi aspettava in settembre con il gradito calore di un falò. Sulla Cima Vacalizza, lui nella nebbia innanzi, a ogni anticima mi preannunciava erroneamente: – Sono in cima! – per poi concludere dopo le tante anticime, sulla vera cima: – Adesso siamo in cima, eh, perché se no io continuo di anticima in anticima sino ad arrivare in Austria!

Anche sulla Sella del Turlón mi preparò affettuoso, per riscaldarmi, un fuocherello. E incontro al monte omonimo, sull’esile filo del crinale, si liberò di uno stambecco che non voleva scansarsi con delle grosse sassate.

La stagione avanzava e alla Casera Pramaggiore trovammo la neve. Trovammo inoltre due contenitori pressoché pieni di grappa, vino e cibi vari, i resti del decennale della ristrutturazione festeggiato pochi giorni prima. Esclamò: – Ah, da qui non scendiamo finché non abbiamo consumato tutto! –. E io: – Ma a casa non ti aspetteranno, non staranno in pensiero? –. Ribatté: – No, è proprio quando non mi vedono che vivono tranquilli, sanno che sono in montagna –. Così che ci fermammo. Portammo due letti nel vano di sotto, dove stava la stufa. E sul tardi, di ritorno dalle vette, cucinava al solito le sue amate pastasciutte condendole con ogni sorta di alimento, pomodori, salami, formaggi, peperoncino, tutto ciò che insomma pescava dallo straordinario fondo dei contenitori. Nei letti quindi, con la stufa ben carica, discorrevamo di donne, dei monti, della letteratura. Fino a che uno dei due più non rispondeva e per primo russava.

E oltre a queste scalate combinammo altre novanta avventure. Nel corso di quell’estate grande, nel 1993.

Ai rientri nel fondovalle rinvenivamo regolarmente, sul parabrezza, un messaggio d’Icio. Diceva, di norma, così: “Ciao, vi aspetto alla Rosa per le birre”. Ne ho conservato uno di questi messaggi, scritto sul lembo di una busta.

E alla Locanda alla Rosa, dove a suo tempo avevano bevuto i pionieri von Glanvell e von Saar, Cozzi e Zanutti, abbracciavamo il nostro comune amico. L’uomo che aveva perso l’albergo, i soldi, la famiglia. Senza più fissa dimora, era la sola persona in paese a possedere un casella postale insieme all’AVIS e al Club Alpino. Non stava più nella pelle, rivedendoci sani e salvi, vittoriosi. E concludeva, l’amico buono e il pastore di pecore, lo scapestrato Icio del Duranno: – Sono talmente contento per voi che se avessi ancora la moglie vi farei dormire con lei.

Luca Visentini

i disegni sono di Mauro Corona

© Alpine Sketches 2011