Che avrebbe detto Warren?

di Giuseppe “Popi” Miotti

Harding on the last pitch of the Dawn Wall, El Capitan. 1970 © Glen Denny Photography

E Warren…? Il mitico Warren Harding? Per alcuni di noi basta quel nome a suscitare emozione. Nei nostri occhi passa un lampo d’intesa ed un sorriso malizioso. A volte sbirciando chi ci sta vicino, ed arrampica, il sorriso diventa complicità: noi sappiamo, noi capiamo, noi in qualche misura abbiamo condiviso e condividiamo. Guardiamo l’appiattito mondo della scalata moderna e nella nostra mente, per quanto non voluto, si fa strada un misto di orgoglio e sconsolatezza.

Ma, in fondo, cosa avrebbe detto Warren di tutto ciò?

«Hey, perché ti preoccupi di loro? Lascia perdere queste cretinate. Se a loro va bene così, a te va bene così. Non pensare di fare sempre le cose con giudizio: preoccupati piuttosto di stare bene, di bere bene, e di scalare finché il cuore ti reggerà.»

Detto questo, il vecchio “Batso” ritorna nelle nostre menti e nei nostri cuori affaticati di montagna, di passioni, di amori e malumori… di sogni; monumento ribelle contro i benpensanti, le morali ed i moralisti, contro tutti i buoni propositi, le chiese e le parrocchie, contro i farisei ed i conflitti d’interesse di tasca e di spirito. Stella fissa per chi non vuole mollare e crede che ci sia sempre una via d’uscita anche nella situazione più disperata.

Caro Warren, protagonista di monumentali scalate e alluvionali bevute, sei di un’altra epoca, di un’altra cultura, ma per molti di noi questo non fa differenza. Ci insegni la tranquilla, pervicace resistenza alla stupidità, compresa la nostra, e il tuo messaggio resterà per tutti quelli che lo vorranno cogliere. Harding il selvaggio, Harding che ha aperto la sua Via a colpi di martello, Harding il cocciuto, arido e duro come il granito, Harding che sapeva ridere dei golden boys dell’arrampicata come di se stesso.

Warren, che hai da dire di tutto ciò?

«Aah! Che dire! Le cose stanno così! E poi, si può sapere cosa stai farneticando? Che si fottano tutti! Guardali: sono anni che eiaculano ettolitri di inchiostro sulla carta, e adesso su internet, con le loro morali di scalatori. Hanno vomitato sentenze su quello che si deve fare e sul modo in cui lo si può fare. Come dei santoni vogliono imporre le loro leggi; e siccome sono le loro, si sentono anche gli unici in diritto di violarle. E perché mi rompi le scatole domandandomi pareri? Devi proprio chiedere ad altri quello che è giusto e quello che non è giusto? Hey, ragiona con la tua testa!»

 

Però, Warren, devi ammettere che in questo ambiente non ti ci ritrovavi neppure tu.

«Okay, Okay! Ma quando voi avete cominciato, io avevo già finito. Quindi non c’entro, non voglio entrarci proprio. Perciò, se hai finito di scocciare, dammi un bicchiere di vino.

Vabbèh! Ogni tanto guardo le riviste e non posso che restare nauseato. A guardarli sembrano tutti dei soldatini, con quei loro caschetti che li fanno somigliare a un esercito di formiche operaie. Con quella loro tracotante espressione di certezza, belli, puliti, tirati a lustro, bravi, bravissimi, ma senza un’oncia di Spirito.»

 

Beh, allora, Warren, vuoi raccontarmi un po’ di te?

«Qui va già meglio, va già meglio! Sono nato nel giugno del 1924, e sono figlio della Grande Depressione. I miei dovettero sudare le proverbiali sette camice per allevarmi dignitosamente in quegli anni terribili, e sono certo che il mio caratteraccio e la mia forza derivano da un miscuglio di geni e di dure esperienze fatte in quegli anni. Anche la mia voglia di emergere viene da lì. Ho sempre avuto un grande rispetto per quello che i miei genitori hanno fatto per me. Così,  appena ho potuto, ho comperato una casa per mia madre e l’ho voluta mantenere finché ha campato. Però devo ammetterlo, non sono mai stato un grande lavoratore! Anzi, non escludo di essere diventato uno scalatore quando capii che, come operaio stradale, ero una frana. Il lavoro serviva solo per ottenere l’indipendenza che desideravo: mi serviva per guadagnare quel tanto che bastava; ma il mio vero lavoro era quello che facevo sulla roccia, appena potevo scappare da tutto e da tutti”.

 

Ah! Il tuo caratteraccio, la tua leggendaria resistenza sulla roccia e con l’alcol, la tua vita senza compromessi, la tua indipendenza di giudizio. Che hai da dirmi?

«E’ una combinazione genetica di materiale. Mi posso limitare a guardare la stupidità umana senza per questo essere Democratico, Repubblicano, Cristiano o Musulmano. Guardo e penso: ‘Che ammasso di stupida fottuta stupidità’. Riandando alla mia infanzia, ricordo di essermene sempre fregato dei pareri saggi. E fortunatamente non ho mai fatto rapine, bruciato e saccheggiato, anche se mi hanno arrestato 5 volte per guida in stato di ubriachezza. Per parere saggio intendo qualcuno che viene e ti dice: ‘Oh Warren, questo è tutto sbagliato’. E io gli rispondo: ‘Oh, veramente? Bene, francamente questo è quello che pensi tu. Ora mi stai dicendo che hai una soluzione migliore e che io la dovrei adottare? No, non penso proprio che lo farò.’ In vero non mi è mai capitato di comportarmi così, ma la mia indole mi porta a dire: ‘Hey amico, tu fai le tue scalate che io faccio le mie’.

Le grandi pareti, il buon vino, ma anche le donne e la velocità: questo sì che è vivere.

Ti confesserò che prima di iniziare a piantar chiodi, mi sono dedicato per alcuni anni alle corse automobilistiche. Da lì viene la mia folle passione per le auto sportive ed in particolar modo per le Jaguar. Mi dirai che sono auto un po’ snob per uno come me, ma se con qualche lavoretto permetti al motore di liberare tutta la sua forza… dovresti vedere.

E c’è un nesso fra le belle donne, le grandi pareti e le Jaguar. In tutti i casi si tratta di mondi misteriosi e magnifici dove l’aspetto estetico, le linee, i colori, le ombre e le curve assumono significati che ancora non ho ben compreso, ma che mi stimolano irresistibilmente. Su una parete, come con una donna, specie se la signora ha marito, ti senti sempre sul filo del rasoio. Spendi tutto te stesso prima nei preliminari, poi nella conquista e infine nell’atto stesso della… scalata; alla fine, sulla meta raggiunta, che c’è di meglio di un buon bicchiere di vino, per placare la sete del guerriero?»

invernale al Keeler Needle

 

Lo sai che dopo la tua morte ti hanno messo anche sull’Enciclopedia Britannica?

«E’ una soddisfazione! Me lo sono meritato! Io non sono mai stato contrario alla pubblicità, che c’è di male nell’informazione? E poi, mica ho fatto poco. Se penso che, seppure indirettamente, devo parte della mia notorietà a Royal Robbins, quel “super ragazzo d’oro”, mi vien quasi da ridere. In Italia sarebbe stato un Legionario di Cristo o uno di quell’organizzazione che voi chiamate Comunione e Liberazione.

Royal era uno scalatore molto bravo, ma, come tutti quelli lì, era anche dannatamente troppo furbo per me. Quando, nel 1958, mi fottè la salita alla parete Nord-ovest dell’Half Dome, che eravamo d’accordo di finire assieme, io trovai logico e necessario gettarmi in un’impresa ancor più difficile e grandiosa. Restava da salire l’immane scoglio di El Capitan, ma, ovviamente, non invitai Robbins. Ci andai con Wayne Merry e Gorge Withmore e non mollai l’osso finché all’alba di quel 12 novembre, dopo 45 giorni su e giù per la parete, corde fisse, 675 chiodi e 125 chiodi a pressione, non misi piede sulla sommità. Ero sfinito: avevo perforato la roccia strapiombante per tutta la notte al lume della lampada frontale. Il giorno mi accolse lassù, in cima alla via del Nose; e mentre la prima luce definiva i contorni delle cose, faticavo a capire chi fosse il conquistatore e chi il conquistato. Ma di certo El Cap sembrava essere in condizioni migliori delle mie.»

 

Però dopo quella salita, e poi anche dopo quella alla “Parete della prima luce del mattino”, sei stato sottoposto ad uno spietato fuoco di fila da parte dei puristi dell’arrampicata. Royal Robbins in prims.

«Ah! ah! La mia risposta è… ‘che si fottano’. L’arrampicata è una cosa così dannatamente stupida. La gente moralizza su di essa, ma la gente, incluso il sottoscritto, fa cose stupide. Perché istituzionalizzare l’arrampicata? Se fosse come il baseball, la dovrei istituzionalizzare: fare regole e quant’altro. Ma l’arrampicata non è il baseball. Anche se a tanta gente piacerebbe che lo fosse. E cos’è questa merda sui chiodi a pressione? Anche se sei Ron Kauk… se c’è una parete compatta e non puoi piazzare protezioni, metti i chiodi a pressione. Che cos’è questa fobia? Io guardavo semplicemente quelle pareti e dicevo, ‘Hey, voglio farmi quella grande, incasinata goduria’. E la facevo… Ne ho fatte un sacco!

E Royal che stesse zitto! Quel lindo chierichetto del granito! Come se io non avessi dato prova di essere uno scalatore completo anche in arrampicata libera: chiedi in giro anche ai “moderni” cosa si pensa dell’Harding Slot, su Astroman, alla Washington Column.»

sul Nose

La “Parete della prima luce del mattino” o Dawn Wall è stata qualcosa di veramente rivoluzionario. Tu e Dean Caldwell avete dimostrato che si poteva stare in parte per quasi un mese senza contatto alcuno con la base!

Ricordo di aver letto il resoconto di Caldwell, su un vecchio numero del Reader’s Digest, rimanendone impressionato. In particolare mi colpì l’osservazione di Caldwell negli ultimi giorni di salita: “Eravamo partiti con le piante ancora verdi ed ora i colori dell’autunno stavano rivestendo la Valle…”

 

«La “Parete della prima luce del mattino” era un grande sogno, una gigantesca sfida dove la tecnica e l’uomo dovevano fondersi alla pari per produrre un risultato mai visto. Non ti dico la fatica di recuperare i sacchi nei primi giorni di salita: come puoi immaginare, insieme all’acqua, e a tutto il resto, avevo messo un’adeguata scorta di vino e di brandy. Facevamo circa una lunghezza di corda al giorno e, come in tutte le precedenti scalate, ho sempre cercato di avere il controllo assoluto di quello che facevo. Ma dopo giorni e giorni che vivi sulla verticale tendi a perdere il giudizio e la visione esatta delle cose. Ecco perché ad un certo punto ho fatto un volo di 15 metri! Ma anche solo perché ero Harding,  e perché quella sarebbe stata la mia ultima grande impresa, non potevo mollare. Riprendemmo e fummo colti dal maltempo. Restammo per circa 110 ore nelle nostre amache, inumiditi e tremanti di freddo. I viveri stavano terminando quando il tempo si rimise. Quei rompiscatole del Parco si sentirono in dovere di venirci a soccorrere, e cominciarono a portare in cima al Cap, materiali e uomini. Allora, visto che non c’era altro modo di farmi capire, scrissi un bigliettino mettendolo in una scatoletta di tonno vuota, che lanciai in basso. C’era scritto: ‘Un soccorso è ingiustificato, non è voluto e non sarà accettato.’

Ma se lo vuoi sapere, in cuor mio immaginavo già cosa sarebbe successo se fossimo stati raggiunti da quel branco di zelanti samaritani della roccia. Ci sarebbe stata battaglia! Eravamo decisi! A colpi di martello, di bottiglie di vino e di brandy, li avremmo scacciati!

A novembre, il 18 novembre, ancora una volta in quel mese, misi piede sul Cap, raggiunto per una nuova via. C’erano ad attenderci centinaia di giornalisti, fotografi ed amici.  Quando arrivai in cima, crollai sulle ginocchia e piansi come un bambino. Poi mi unii alla più grande bisboccia della mia vita; sulla cima del Cap. Finita la festa, portammo via tutto, lasciando ogni cosa come era prima!

Avevo ormai 42 anni. Per me il tempo delle grandi pareti stava finendo, e doveva finire in gloria!»

 

Però hai continuato a scalare anche dopo.

«Quando la scalata ti entra nel sangue non puoi mai veramente smettere. Scalare e bere buon vino sono state le mie due più grandi passioni, e ho cercato di viverle fino in fondo. La seconda mi ha fregato, e anche quando i medici cercarono di convincermi a smettere per allungarmi la vita di qualche anno, ho preferito continuare a gustare il nettare di Bacco. Sono grato a Galen Rowell, che quando venne a trovarmi, tre giorni prima che morissi, mi fece il più bel regalo: svegliatomi dal mio stato semi comatoso gli chiesi un bicchiere di vino ed egli molto gentilmente si sentì in dovere di darmelo…

Comunque, per tornare alla scalata, voglio ricordare che nel 1989, ho rifatto anche la mia via del Nose: alla tenera età di 65 anni fui il più vecchio scalatore ad aver mai concluso quell’ascensione!»

 

Poi Robbins tentò di ripetere la New Dawn per schiodarla e cancellarne la memoria.

«Aaahh! Ma ti rendi conto! Quel pazzo invasato integralista!!! Lui e tutti quelli come lui possono andarsi a fottere!!! Ma che cosa pensano? Di avere la verità? Di essere gli unici a poter dire come devono stare le cose? Però, dopo qualche tiro, anche Royal ha dovuto convenire che la via era bella ed audace, e ha smesso di togliere i chiodi a pressione.

In ogni caso resta un gesto maledettamente tracotante.

 

Insomma, Allen Steck, Robbins, Chouinard, Pratt, Frost e tutta quella banda non ti andava troppo a genio.

«Mah! Io ho sempre pensato che non si deve prendere la vita troppo seriamente, non si deve prendere se stessi troppo seriamente e non si deve prendere l’arrampicata troppo seriamente. Questi erano tutti dei bravi ragazzi, convinti di fare qualcosa di veramente importante per sé, per l’arrampicata e forse anche per l’umanità. Che schifezze!

Erano bravi, ma avevano il pallino del primo della classe e, se mi consenti, scarsa fantasia e umiltà. Ho scalato con quasi tutti loro, ma devo dire che avevano ben poco senso dell’umorismo e raramente sono riusciti a ridere di se stessi.

Così, contro questo tenebroso modo di pensare, con i miei amici più cari ho operato per anni nel fare cultura alternativa: se Steck faceva la rivista Ascent con tutti quegli articoli seriosi, non facevamo Descent. E poi fondammo la “Lower Sierra Eating, Drinking and Farcing Society” che più che un’organizzazione era l’opposto.

Contro questi benpensanti della roccia, ho scritto anche un libro ironico e autoironico, che si intitola “Dawnward Bound: A mad guide to Rock Climbing”, ancor oggi è un cult fra gli scalatori più aperti.

Anche quando Chouinard, quel gatto mammone, ha inventato una linea di ferraglia e attrezzi per scalare, io non son stato da meno. Ti lascio però immaginare i prodotti della mia B.A.T. Basic Absurd Tecnology. Ah, ah, ah!!!

Harding rappelling off of Dolt Tower on the first ascent of the Nose, El Capitan. © Allen Steck

E allora, per finire, che cosa diresti del tuo stile, della tua filosofia.

«Ahhh, ancora con questa fissa della filosofia,  ma che diavolo vi prende a tutti? Il mio era semplicemente un sogno, un sogno e una necessità. Sognavo di essere su quelle pareti color ocra, lisce e mostruose; sognavo di fondermi con loro e di uscirne strisciandoci sopra come una lucertola o come un verme. Pareti remote come quella del Monte Watkins o la Sud dell’Half Dome, erano un’immersione nel mondo selvaggio di cui un selvaggio come me aveva probabilmente bisogno. E non per conquistarlo, ma piuttosto per ritrovarsi. Per tornare a casa con la rassicurazione che quello spirito, da qualche parte, esisteva ancora, oltre che dentro di me. Poco m’importava dello stile pulito alla Robbins: le pareti che sceglievo non erano certo delle autostrade e poi, comunque, ho dovuto inventare anche alcune tecniche speciali per evitare un eccessivo uso dei chiodi. Mai sentito parlare del *bat hooking?»

 

Hai qualcos’altro da dirci?

«Bah! Direi che il silenzio è forse la cosa di cui il mondo dell’arrampicata moderna avrebbe più bisogno. Il tranquillo silenzio alla base della grande parete, fra i pini che sussurrano al vento, il sole che scalda e un buon bicchiere di vino rosso.

Bere metteva in pericolo la mia vita, ma non m’importava. Ma semplicemente pensavo di voler vivere finché non sarei morto! 

Ed alla fine ero pronto: gli pneumatici della mia auto erano consumati, avevo speso tutti i miei soldi e non c’erano dieci centesimi da parte…

Quindi senza troppi rimpianti me ne sono andato…

A proposito, amico, ho sentito dire che dalle tue parti fanno del buon vino. Non è che me ne hai portato una bottiglia? Eeh?!»

 

Harding and Beryl Knaut, 1969. Photo by Roger Derryberry

Warren “Batso” Harding ci ha lasciato per cirrosi epatica il 27 febbraio 2002.

Giuseppe “Popi” Miotti, 2002

* Tecnica inventata da Harding per evitare di metter troppi chiodi a pressione. Consiste nel praticare un foro di poco più di un centimetro nella roccia e di usarlo come sede per un cliff hanger (gancio appuntito) su cui si appende poi la staffa. In tal modo si risparmia tempo nella chiodatura. Ogni 4,5 o più fori si mette quindi un chiodo a pressione sicuro.

  • Questa intervista impossibile è stata resa “possibile” per una serie di coincidenze. In particolare alcuni brani delle risposte di Warren Harding derivano da un’intervista che lo scalatore rilasciò nel 1999, alla giornalista Jane “Bromet” Courage  e che si trova pubblicata sul sito internet http://www.stellarmag.com/
  • La presente intervista è stata costruita avvalendosi di materiale storico e documentato. I suoi toni sono stati pensati anche per enfatizzare e rendere maggiormente, lo stile rude, provocatorio e scanzonato dell’intervistato
  • Altri spunti ed idee derivano da scambi di opinioni con un altro Hardinghiano di ferro, Paolo Masa, che ha fornito anche diversi suggerimenti. Un grazie vada anche a Silvia Miotti, per l’aver fornito altre preziose idee.

Giuseppe “Popi” Miotti, guida alpina, ‘sassista e montanaro’, è  uno dei padri del Sassismo che dal 1975 diede un contributo fondamentale al fenomeno del Nuovo Mattino in Italia.
© Alpine Sketches 2011