Ricordo di un’avventura pazzesca

di Michela Canova

Questo è il resoconto del mio battesimo in forra, nell’estate del 2005, che scrissi dopo essere sopravvissuta ai tentativi di eliminarmi dei miei cinque compagni di viaggio e che venne pubblicato sul giornale del Soccorso alpino nel mio angolo personale intitolato ‘Il difficile mestiere dell’addetto stampa’. Allora non svelai i nomi dei protagonisti, anche se tra gli uomini rossi tutti li sapevano.

Li dico oggi, leggo e rileggo, perchè ho bisogno di sorridere.
L’io narrante: Michela Canova
Il Capo: Toni Bileddo
L’Alto: Andrea Prati
Il Serafico: Davide Masotto
Il Pupone: Stefano Da Forno Cassamatta
Il Cucciolo: Alberto Paoletti

IL DIFFICILE MESTIERE DELL’ADDETTO STAMPA
COSA DEVE FARE UNA DONNA PER FARSI PRENDERE IN CONSIDERAZIONE. OVVERO DEL SALTO DEL VARANO
Tutto è cominciato per caso da una mia affermazione: “Torrentismo? Mi piacerebbe provare”. Affermazione captata dalle orecchie-radar di “qualche” speleo e immagazzinata per essere riutilizzata a tempo debito.

L’occasione si verifica con l’esercitazione nazionale in forra. Anzi, due giorni prima, quando, in tre, arrivano per fare un giretto in Val Zemola. Una cosetta semplice da allargare anche ad altri. Pure all’addetto stampa che, premessa, non ha mai fatto una calata con discensore in vita sua, né un traverso, né quant’altro serva di base per una gita del genere. Informo chi di dovere della mia totale inesperienza. “Non importa. Vuoi venire?”. E la sventurata rispose, direbbe il Manzoni. Beata incoscienza. Eppure alla mia età dovrei averla messa in un cassetto da lungo tempo. Siamo in sei. Userò degli pseudonimi, poi, ognuno si divertirà a riconoscere i personaggi di questo racconto: io, il Capo, l’Alto, il Cucciolo, il Pupone e il Serafico.
Appuntamento alla stazione di Longarone, salita a Erto, parcheggio dei mezzi, occhiata preoccupata al baratro che sprofonda sotto il ponte, avvicinamento raso-precipizio al punto di partenza (abbiamo anche fatto scappare tre camosci, piuttosto infastiditi dalla nostra presenza), discesa al torrente, vestizione. L’atmosfera è divertita. Almeno io mi sto divertendo. Per il momento. Mi infilo nella muta, calzari, imbraco, scarponi, caschetto. Il Serafico scopre solo in quel momento che sono una principiantissima, ma il suo sguardo allarmato, allora, mi sfugge. Il Pupone sta già galleggiando in una pozza cristallina. Andiamo. D’ora in avanti la successione degli eventi sarà un po’ strampalata.

Cercherò di elencare i principali avvenimenti, come il senno di poi me li fa ricordare. Ovviamente, alla mia testimonianza se ne contrapporranno cinque di tutt’altro avviso. Alla sbarra, sarà la mia parola contro la loro. Che meraviglia: l’acqua è congelata, però gli 8 millimetri di spessore della muta, a parte il peso consistente, svolgono a pieno il loro dovere. Gli scarponi, invece, sono del tutto inutili: è più il tempo che passo a rialzarmi da paurosi scivoloni, di quello impiegato a deambulare.
Eccoci. Prima calata. Pochi metri. Il Capo mi spiega il necessario. Pazienza. Imparerò. Pazienza un corno. Devo imparare subito, altrimenti chi scende là sotto. Ok. Devo usare solo la mano destra. La sinistra suggeriscono in cinque di appoggiarla sul fondoschiena, perché non mi venga la tentazione di appiccarmi dall’alto e mollare la fondamentale presa destra. Fatto. Scendo. Primo impatto prolungato delle mie ginocchia per tutta la lunghezza della parete. “Abbassa quel culo. Allarga le gambe”, credo sia il Pupone. Arrivata. Proseguiamo. C’è uno scivolo molto carino. Tocca a me. Sotto il Serafico mi fa segno di cercare di spostarmi verso il centro della vasca. Impossibile. Plano diretta sotto l’incavo scavato dalla corrente. Panico trattenuto. Mi tocca morire. Sott’acqua (ne respiro qualche decilitro) penso, in totale fiducia nei miei accompagnatori: qualcuno allungherà la zampetta per tirarmi fuori. Non succede niente. Spingo i piedi sulla roccia e, in qualche modo, riemergo.
L’Alto, dall’alto, guarda il Serafico perplesso. Il Serafico è pacifico. Mi dirà poi: “Non ti agitavi tanto e dall’acqua spuntava il caschetto”. Ottimo. Avanti. Il Capo mi rincuora. Un bel passaggino, dove decido di ardere i miei scarponi. “Cerca di muoverti velocemente”. Presi in parola. Scivolo e mi spalmo di tetta destra sulla roccia. Adesso sono un’amazzone perfetta. Devo solo imparare a tirare con l’arco.
A mezzo metro di distanza c’è un saltino. Se voglio, mi fanno scendere con la corda. Se si tuffano loro, posso farlo anche io, penso. Descrizione del mio tuffo del Pupone e dell’Alto: “Avanzata in linea retta con tutti gli arti in movimento tipo rettile nel vuoto e planata di faccia nell’acqua”. “Brava”, pensa il Pupone, “si tuffa di testa”. Di qui, il Salto del Varano. Il Cucciolo si sta sbellicando dalle risate. E non sarà l’ultima volta. Avanti. Seguo addomesticata qualsiasi cosa i miei maestri mi dicano, senza mai obiettare. Salta! Salto. Molla!. Mollo. Scendi! Scendo. Vai! Vado.
Altra calata. Dovrei stare spostata verso destra. A sinistra, la corda potrebbe rimanere impigliata dietro il costone che nasconde la cascata. Ma perché la corda si sposta? Alle mie spalle un coro di “No, no, no!”. Sono sotto la cascata. Le cose sono due: o rimango sotto il getto, tipo ostrica di montagna, o mi lascio andare. Vai con la seconda. Vai con altri decilitri d’acqua inalata. Avanti. Altro dubbio. Se respiro in immersione, o sono un anfibio, o sto affogando. Pazienza. Imparerò anche a fare il tritone. Finalmente la ricreazione, con pausa cicca in uno spiazzo solatio. Che bello siamo quasi alla fine, mi convinco, ho superato la prova. L’Alto mi svela che, più o meno, siamo a metà e che la parte più difficile deve ancora arrivare. Ma come? “Sì, il passaggio nella forra chiusa, un paio di calate, 10 e 20 metri, e la vasca rotante”. Vasca Rotante? E magari alabarda spaziale e magli perforanti. Il Cucciolo e il Pupone parlottano di una ceca in difficoltà in quel punto l’anno scorso. In difficoltà un tubo. E’ proprio morta. Panico malcelato.
Il Capo svolge la sua funzione portante e, con l’Alto e il Serafico, cerca di minimizzare. Ma caspita! Potevate aspettare che la superassi! Panico e ancora panico. Di nascosto scruto a 360 gradi le possibili vie di fuga. Secondo me, qui l’elicottero può comodamente scendere. Forse su quel costone potrei arrampicarmi in qualche modo. Perché non vedono i miei occhioni supplichevoli? Avanti. Uno spettacolo meraviglioso che da solo meritava tutti i miei annegamenti: la forra si incunea tra due pareti di decine di metri. Sopra solo uno spicchio di cielo. Il Pupone mi passa all’altezza del ginocchio, in versione galleggiante a dorso sopra zaino. Eccola! La vasca rotante. Ammutolisco. L’Alto sembra l’uomo ragno. Secondo me nasconde delle ventose sparpagliate sul corpo. E’ dentro. Quello scivolo con quella cascata spumeggiante che preme mi fa pensare di chiamare il numero unico di emergenza. Scendono anche il Serafico, con un doppio carpiato, ed il Cucciolo, in quasi totale eleganza. Io non scendo. Proprio no. Sto per scappare. Farò la donna delle selve, nutrendomi di radici e pesci crudi in eterno. Va bene, scendo. “Ti facciamo una teleferica”, Il Capo è proprio un capo, non si discute, “tu scendi sulla tua corda e ti assicuri alla teleferica. Quando raggiungi il getto della cascata, ti molli. L’Alto ti recupera”. Per chi non lo sapesse, la donna è annegata perché, sotto la cascata si è bloccato il discensore. Ubbidisco. Guardo l’Alto in basso. E’ una figura rassicurante. Scendo. Cascata. “Molla!”. Mollo. E sto ferma. Sotto la cascata. Adesso sì mi tocca veramente morire. Però non mi va mica molto bene. Diamoci un contegno e reagiamo in tempo zero (si fa per dire), con i soliti spintoni sulla roccia. Sono in acqua. L’Alto mi fa emergere. Mentre rifletto, li guardo. Avrei dovuto chiamarli Puponi tutti e 5: i bambini sono in acqua, si spruzzano e roteano nella vasca. Girano e mulinellano, ridono e si tuffano senza badare alla sottoscritta. Avrei bisogno di carta e penna per comunicare loro un paio di cosette. Avanti.
Siamo al traverso. Calata. Anzi, non mi ricordo più. Forse calata senza traverso e traverso e calata dopo. Non importa. Per tirarmi su di morale, mi dicono che ho tenuto le mani nella giusta posizione. Anche i piedi, le gambe e il culo. Io, tipo alligatore, solo gli occhi in vista, proseguo inerte. “Cosa stai facendo? Dove vai?”, il Cucciolo mi agguanta per la collottola e mi depone su una roccia, prima che il mio muto viaggio prosegua in un salto di svariati metri. Mi parla. Provo a leggere il labiale. Pazienta, Cucciolo, fra qualche mese, dopo adeguate cure, forse riuscirò a riacquistare l’uso della parola. Adesso lasciami qui a meditare. C’è un bel masso tondo da risalire. Gli scarponi sono virtualmente in cenere nel passaggio della tetta. L’Alto, cosa già fatta in un paio di altre occasioni, mi solleva di peso per l’imbraco. Traverso di nuovo. Ultima calata. Rimaniamo in cima ai 20 metri io e il Capo. Ho deciso. Odio i traversi. Percorro l’ultimo tratto che mi separa dalla fine della forra, consumando l’estrema ciccia delle ginocchia. L’Alto, il Cucciolo, il Serafico, il Pupone mi accolgono con un applauso. E’ finita. Finita? Calma. Dobbiamo risalire sulla strada.
I due alpini preparano la corda per facilitarmi il percorso sopra una placca. Il Serafico mi aiuta con la maniglia. Ma si può disidratarsi stando 5 ore nell’acqua? Non ho più salivazione. Aiuto! Sono cosparsa di formiche assassine. Un passetto dietro l’altro. Diamoci brevi obiettivi. Tipo raggiungere quel cespuglio, il ramo di un frassino, un cespo di erbe. Sono già tutti sulla strada. Io non la vedo ancora. Posso finalmente sdraiarmi di pancia sulle zolle riarse. Per la pendenza sono quasi in piedi. Zecche, formiche, spine, serpi. Non me ne frega niente. Arranco fino al parapetto della galleria.
O mi tirate su voi, o mi fossilizzo sul pilastro. Oltrepassato l’ostacolo. Non so se baciare l’asfalto.

La mia prima forra è proprio finita.

Stefano ‘Cassamatta’ Da Forno, feltrino classe ’69, era un crogiolo di vita intensa. Alpinista, soccorritore, scialpinista, viaggiatore, ma soprattutto uomo capace di far appassionare alle sue passioni e, per questo, ‘involontario’ reclutatore di giovani montanari. Tanto schivo nel raccontare le sue prodezze sulle pareti (in pochi sanno delle imprese di Cassa in solitaria in Perù), quanto entusiasta e generoso nel darsi agli altri, nell’insegnare il suo sapere, condividere un sentiero, scalare una via, aiutare nel bisogno. Il 22 agosto del 2009 ha perso la vita quando Falco, l’elicottero del Suem di Pieve di Cadore, è precipitato a Rio Gere durante una missione, non distante da Cortina. Con lui sono morti Dario, Fabrizio e Marco. Era tecnico di elisoccorso e direttore della Scuola regionale del Soccorso alpino Veneto.

Michela Emanuela Elvira Canova, belluno-lucchese classe ’71, dopo aver chiuso in un cassetto la sua laurea in erbe e legnetti, si è data al giornalismo (quello freelance dal nome figo e dalla precarietà certa), collaborando qua e là con quotidiani locali e occupandosi di comunicazione. Follemente innamorata della montagna e del suo cane Oliver, un miscuglio giallo che vive in Toscana, dal 2005 è addetto stampa del Soccorso alpino e spleleologico veneto. Per dimostrare ai 700 uomini rossi del gruppone di essere all’altezza del compito, ha già consumato gran parte delle vite a sua disposizione in forre, pareti, crepacci, boschi e torrenti, in tutte le stagioni dell’anno. Ma ancora non cede.

alpine sketches, 2011