Pònta de priéta. Gusèla.

Leonardo Pra Floriani, Leo


1981 o giù di lì, venerdì di  fine agosto. La breve estate Zoldana è già alle corde e le prime nuvole fredde si addensano sulle crode.
Nel giardino di là mi chiama Fabio  chino sul motore della sua  datata Aermacchi-Harley bianca e rossa appoggiata alla siepe che divide i nostri giardini.

“Leo, chin dìsto se zion a rampegà domàan e domenega??”

Fabio è sempre stato un po’ introverso, dal passato un po’ burrascoso e ricco di episodi particolari. Uno dei primi obiettori di coscienza della provincia, spirito ribelle e grande passione per le crode.

L’invito così su due piedi mi sembrò strano, non ero mai andato in montagna con lui né lui mi conosceva sotto quest’aspetto, ma l’entusiasmo dei vent’anni unito a quel pizzico d’incoscienza proprio dell’età mi spinsero ad accettare subito. Era parecchio che non arrampicavo, dai primi passi nella palestra di Val Gallina con l’assistente dei salesiani, 4 o 5 anni prima, cordona vetusta e moschettoni in ferro.

Senza tante spiegazioni il programma è già fatto. Si va in Schiara a dormire al 7° Alpini e domenica saliamo a vedere quel che si può fare ma prima dobbiamo fare un piccolo lavoretto a Belluno…

L’indomani di buon’ora carichi con zaini improbabili che oltre alla n.d.a. di montagna contenevano anche quella da muratori (cazzuole, martello, pennelli, livello, punta, mazzuolo) inforchiamo la mitica Harley e via verso Belluno. Con Fabio si scambiano poche parole, il 250 monocilindrico non tradisce e in pochi minuti il canale è divorato e siamo a destinazione. “Devo fare un piacere ad un amico, dobbiamo montare il portone basculante del garage”. Alla faccia del lavoretto. Non avevo mai visto com’era fatto un portone o meglio quando lo devi aprire è semplice ma a montarlo è tutt’altra faccenda…qualche colpo alle spallette, due cunei e dopo aver rubato con la massima naturalezza sabbia e cemento dal cantiere edile più vicino blocchiamo il portone. Lavoro perfetto.

Ricarichiamo gli zaini e saliamo e alle case Bortòt nel pomeriggio, dove abbandoniamo la due ruote e gli attrezzi da muratore.

La prima volta che si entra in una valle nuova è sempre un’emozione e quella valle lunghissima si apriva come uno scrigno di segreti, che Fabio un po’ alla volta mi rivelava, alle spalle la gioventù trascorsa alle pendìci del Sèrva .

Val de l’Art, Bùs del Busòn, Mariano, Calvario e siamo al rifugio, ultimo giorno di apertura, solo noi.

Il tempo è bello, l’indomani non si sa, non c’era meteo.it e neanche Arabba.

Alba di domenica, qualche nuvola alta, non una gran giornata. Un risciacquo e via verso gli ultimi faggi aggrappati sotto il Portòn, poi l’aerea Zacchi. Penso che sia stata una delle prime ferrate che ho fatto… sì, forse la prima. Sul traverso finale ci appare lei, la Gusèla, un mito. Fabio l’ha già salita e mi assicura che le difficoltà della normale non superano il IV°, due brevi tiri da 20 metri. Ci portiamo alla base e mi stringo i lacci degli scarponi, mentre Fabio si lega; l’imbrago è roba da siòri, ci si lega con la sola corda e in breve tocchiamo la vetta. La soddisfazione è enorme. La corda è corta e siamo costretti a fare due doppie per scendere, naturalmente a spalla, senza moschettoni o freni. La corda rientra nello zaino mentre decidiamo di salire la Schiara, nonostante le nuvole stiano già coprendo la cima e si alzi un vento fastidioso.

La croce di vetta si vede solo a cinque-sei metri di distanza, coperta di finissime goccioline, come i nostri capelli e vestiti. La cresta affilata verso est è paurosamente avvolta da una nebbia insistente. Aapro la porta del bivacco del Màrmol e vedo un tizio infreddolito con una coperta avvolta intorno al corpo da cui spunta solo il volto. E’ un tedesco che sta facendo l’alta via. Gli chiediamo se vuole aiuto, per quello che capiamo è solo stanco e vuole riposare. Si scende al 7° Alpini, breve pausa e giù di nuovo. Valle himalayana quella… l’Harley è ancora là… le cazzuole anche.  50 km d’asfalto ed è di nuovo casa. Ah, vent’anni!

Nel 2005 dopo 25 anni ho ritoccato la vetta della Gusèla. Gli scarponi si sono alleggeriti, come corda e moschettoni; la Rollei è diventata Lumix. Chissà se Fabio è più salito, domani probabilmente sarà nell’orto, di là dalla siepe… devo chiederglielo.

Leonardo Pra Floriani, 50 anni, sposato, due figli. Con troppa modestia si considera “da sempre mediocre e assiduo alpinista e sci alpinista dolomitico“. Abita nel piccolo comune di Forno di Zoldo, lavora come tecnico in impresa di costruzioni. Come tutti i montanari ama ostinatamente la sua valle dove la vita non è comoda ma ancora lontana dal caos, anche se forse sarebbe più semplice “portare le chiappe in pianura”, come troppi han fatto lassù lasciando i paesi vuoti…
Il dialetto è una lingua e finchè ci sarà anche solo una persona che lo parla rivivranno anche tutti gli altri.