La seconda scelta

di Carlo Xodo

Dalla prima elementare, anzi, pensandoci meglio, dall’asilo. Ma se consideriamo che le nostre madri entrambe incinte si incrociavano spesso durante la loro passeggiata quotidiana, bene, ci frequentavamo quasi quotidianamente da prima della nascita.

Asilo, scuole elementari, liceo. Sempre in classe assieme.

E Marco sempre a ricordarmi di essere riuscito a vedere il mondo tre giorni prima di me, in anticipo di almeno un paio di settimane  rispetto alle previsioni del medico.

La voce di mia sorella nella nebbia del sonno: “Pietro, c’è Marco al telefono!”

“Padova. Mi trasferisco a Padova e mi iscrivo a legge.”

“Cazzo Marco, sono le otto del mattino. Stanotte alle due eravamo ancora al Lido…”

“Alle due è morta mia madre.”

Da mesi discutevamo del nostro svogliato futuro universitario. Alla fine avevamo convenuto che Architettura sarebbe stata la scelta più indolore. La voce comune parlava di studi non certo sfiancanti ed in più avremmo evitato di fare i pendolari verso Padova, ché più lontano non ci saremmo certo spinti.

Invece Marco tenne fede alla sua estemporanea decisione. Mise in vendita i mobili e tutto quello che di valore si trovava in casa. Lasciò ai parenti della madre tutto ciò che le era appartenuto e si chiuse i ponti alle spalle dando incarico ad un’agenzia di vendere l’appartamento.

Il peso della responsabilità che aveva avvertito ancora giovanissimo dopo la morte del padre era di colpo svanito, tutto era cambiato per lui, quasi come un terremoto che si libera dopo anni di sotterranea tensione.

La sua superiore indifferenza, che imitavo, si era trasformata ai miei occhi in frenetica attività, che io non riuscivo a condividere. Non volevo capire perché essere il leader naturale del nostro gruppo di amici non bastasse più a colmare la sua ambizione. E, in verità, mi seccava perdere la mia comoda posizione di miglior amico del leader.

Mi chiese di trasferirmi a Padova con lui: nuovi amici, nuove ragazze, un mondo diverso a soli pochi chilometri da Venezia.

Non me la sentii, non ne avevo motivo, gli dissi.

Negli anni successivi i nostri rapporti si diradarono, come era prevedibile.

Ci incontravamo ancora, qualche volta con i vecchi amici veneziani, altre volte lo raggiungevo a Padova per un film o per una pizza con i suoi nuovi amici.

Ma il nostro legame non si sciolse. La nostra amicizia rimase a modo suo salda.

Anche le nostre escursioni in montagna si erano fatte più rare, ma non si erano interrotte. E proprio l’ultima che facemmo da studenti concluse questo ciclo della nostra vita.

Era un pomeriggio di inizio luglio quando il suono del telefono disturbò la mia studiosa sorella:

“C’è Marco al telefono… Potresti rispondere tu, qualche volta! Lo sai che sto preparando un esame.”

Mi alzai dal divano dove stavo sonnecchiando, sbadigliai apposta per provocarla e mi trascinai fino al telefono: “Ciao, Marco. Non pensavo proprio di sentirti, ti credevo affogato tra i libri. Mi risulta che tu sia prossimo alla laurea, no?”

“Pietro, te l’ho sempre detto: si tratta solo di saper organizzare bene il proprio tempo. Scommetto che tu invece te la dormivi sul divano. Sbaglio?”

“Ok. Meglio se sto zitto. Lo sappiamo che sei tu quello bravo.”

“Mah… dipende dai punti di vista. Forse tu non hai motivo per essere bravo. Comunque, non ti ho chiamato per una dissertazione esistenziale. Il fatto è che non ricordo nemmeno più l’ultima uscita in montagna assieme.”

“Già, io invece me la ricordo bene… mi stavi facendo ammazzare su quella ferrata. Come l’avevi definita? Ah, sì: panoramica!”

“Bene, stavolta scegli tu l’itinerario. Ho un paio di giorni a disposizione la settimana prossima. Andiamo con Margherita e Serena, le hai conosciute in pizzeria a Padova un paio di mesi fa. Non ti preoccupare, hanno molto più fiato di noi!”

Ci pensai solo un attimo: “D’accordo, allora potremmo salire al Cristallo per la De Pol, è un po’ lunga ma possiamo dormire in rifugio e scendere per l’altro versante il giorno dopo. Che ne pensi?”

“Ok, deciso. Prepara tutto. Ti passo a prendere martedì alle cinque in Piazzale Roma.”

“Sei?”

“Cinque!”

“Cinque e trenta, aggiudicato!”

Da molto avevo in mente quell’escursione e l’idea di farla con Marco e le sue amiche in fondo mi piaceva. L’avevo già programmata per un paio di settimane dopo con i miei vecchi, rassicuranti e noiosi amici veneziani. Forse se la sarebbero presa con me, ma con un po’ di bicchieri in compagnia sarebbe presto tornato il sereno. Comunque, avrei potuto spacciarla per una ricognizione.

Il martedì successivo Marco si presentò, puntuale come sempre, con la sua spider verde.

Mentre, assonnatissimo, caricavo lo zaino mi venne un dubbio.

“Non dovevamo essere in quattro?”

“Tranquillo, si è aggiunta Elsa, un’amica svizzera di Margherita e abbiamo pensato che la Renault 4 era già sufficientemente carica con loro tre. Abbiamo appuntamento all’uscita dell’autostrada.”

“Potresti almeno alzare la capote.”

“Non fare il pensionato. Un po’ d’aria fresca ti farà bene. Magari ti passa quella faccia rincoglionita dal sonno!”

Anche se abbondantemente di seconda mano, era pur sempre una bella macchina e percorrere il Ponte della Libertà immersi nella luce di quella che si preannunciava una splendida giornata mi caricò effettivamente di energia.

Ci incontrammo nel luogo previsto con le ragazze. Scese dall’auto solo Serena ed ebbi la sensazione che mi salutasse con ostentata affettuosità. Ci accordammo sull’itinerario, rinviando le presentazioni all’arrivo, dato che Margherita ed Elsa, beate loro, stavano dormendo sul sedile posteriore.

Sapevo da tempo che Marco voleva, parole sue: “… approfondire il discorso con Serena.” Risalito in macchina, accennai alla situazione.

“Stai tranquillo, campo libero. Da oggi per me Serena è una seconda scelta.”

Non mi incazzai al sottinteso di Marco. Nel suo solito stile: rimarcare territorio e superiorità. Lo conoscevo bene e la giornata era troppo bella.

Non ci volle molto acume a dedurre che era Elsa, adesso, la cosiddetta “prima scelta”. Margherita l’aveva conosciuta a Londra l’estate precedente frequentando un corso di inglese ed era stata ospite successivamente nel suo chalet sui monti del Ticino.

“Bella ragazza” concluse Marco con nonchalance, aggiungendo poco dopo: “…e di famiglia interessante.”

La salita si rivelò più lunga e dura di quanto avessi previsto. Dal ripido ghiaione finale il rifugio, che vedevamo distintamente ormai da  un paio di ore, sembrava allontanarsi ad ogni nostro passo. Marco non mancò di sottolineare con ironia come questa volta fossi io il responsabile della scelta di un “percorso panoramico”. Gli ricordai la precedente uscita, quando, in risposta alle mie lamentele, mi aveva citato una poesia sulla “bellezza della fatica”. Già, mi rispose seccamente a bassa voce, guardando le gambe abbronzate di Elsa, oggi avrei preferito ben altre “belle fatiche”…

Comunque, nonostante le difficoltà del percorso, eravamo felici di essere là: l’aria, la giornata, il panorama, era tutto perfetto. Anche i panini e la frutta, persino la tiepida acqua delle borracce che dividemmo, tutto ci sembrò squisito.

Per tutto il giorno,  protetto dai miei occhiali da sole, studiai Elsa: era molto più che una “bella ragazza”. Aveva l’aspetto di quelle persone la cui classe si era sedimentata da generazioni. In questo mi ricordava un giovane avvocato che mio padre stimava molto e che anche nelle più calde e umide giornate delle estati veneziane vestiva con eleganza giacca e cravatta, camicia stiratissima e nessun sospetto di sudore. Persone sempre a loro agio, che, come il ferro del dentista su una carie, facevano dolere il mio senso di inferiorità.

Elsa, per di più, sapeva interagire con i nostri modi volutamente grezzi e montanari senza mai lasciar trasparire alcun segno di annoiata superiorità. Cosa che si scontrava con lo stereotipo della bellariccasnob che, come per difesa, avevo subito voluto attribuirle. Saliva con la giusta attenzione e scioltezza senza disdegnare, in qualche passaggio più duro, di chiedere il mio aiuto. Cosa che, ovviamente, mi faceva molto piacere. In breve, usando la terminologia di Marco, sarebbe stata una “prima scelta” per chiunque avesse avuto un po’ più di fiducia in sé di quanta io ne portassi nel mio zaino.

L’infinita giornata di un blu indimenticabile ci portò infine al rifugio, giusto in tempo per goderci il più rosso dei tramonti sulle dorate Dolomiti. O forse il mio ricordo è legato a qualche banale immagine da cartolina. Non ero cotto solo dalla stanchezza… La capacità di Elsa di non far pesare tutte le sue qualità, così pareva a me, mi diede quasi un senso di euforia. Fingendo ironia provai a giocare la carta romantica citando la mia poesia preferita di Jiménez: “Juegan su luz y su sombra / la nube con la montaña…” Ma fui subito stroncato da Marco. Ci abbracciammo, come usa alla fine di una dura escursione. Mi sembrò che lei mi trattenesse un attimo in più, con più intimità.

Il gestore del rifugio ci rifocillò con un’ottima cena e, dato che ormai aveva esaurito i posti letto ci fece dormire su dei materassi a terra nel piccolo edificio di servizio alla funivia. La fatica accumulata, se da prima sembrava rendere difficile l’addormentarsi, ci fece cadere in un profondo sonno.

Al risveglio Marco ed Elsa non erano con noi. Li trovammo seduti in cima ad un masso a chiacchierare fittamente godendosi i primi tiepidi raggi di sole.

Ci proposero, data la stanchezza accumulata il giorno prima, di scendere con la funivia. Io e Serena manifestammo una debole contrarietà, ma ci lasciammo presto convincere.

Salii in auto con Marco e ci demmo appuntamento con le ragazze ad un bar di Pieve che frequentavamo spesso al ritorno dalle escursioni. Là ci aspettavano i nostri soliti enormi toast farciti di fine gita. Nel breve tragitto parlammo esclusivamente della salita fatta, schivando entrambi il reciproco sguardo.

Appena giunti al parcheggio Elsa si scusò con tutti, mi accarezzò la guancia ringraziandomi per la “perfetta organizzazione” e chiese a Marco se poteva accompagnarla giù velocemente, così sarebbe riuscita a prendere un treno più comodo di quello che aveva previsto. Dagli sguardi delle ragazze ebbi la sensazione di essere l’unico a far finta di crederci.

Mi salutò baciandomi sulla fronte: “A presto, allora!”.

Fu l’ultima volta che la vidi: La Prima Scelta…

Marco, stranamente, mi strinse la mano con un gesto formale, scrollò le spalle nel suo solito modo e lanciò un vago “ci sentiamo” a tutti. Breve trasferimento di zaini e restammo in tre a sbocconcellare i famosi toast. La birra con cui li mandai giù, però, mi sembrò particolarmente amara.

Per il resto del viaggio guidò Margherita ed io, dal sedile posteriore massaggiai lungamente le spalle indolenzite di Serena.

Margherita era stata invitata al mare da una zia, almeno così ci disse appena arrivammo a Padova. Ancora una volta io feci  finta di crederci. Mi fermai a dormire con Serena. Non è un eufemismo, dormimmo proprio, abbracciati nonostante il caldo.

Da quel giorno, iniziai a frequentare Padova e Serena quasi quotidianamente, ma non incontrammo più Marco. Lo chiamai in occasione della sua brillante laurea, mi congratulai con lui e scambiammo qualche rigida battuta senza spontaneità. Lui mi telefonò qualche mese dopo, prima della partenza per gli Stati Uniti, dove si sarebbe trattenuto per un lungo stage. Non gli chiesi di Elsa e lui non me ne parlò.

Serena era una bellissima ragazza, il solito Marco non ci avrebbe messo gli occhi addosso altrimenti, e si rivelò essere una bellissima persona. Scoprimmo di stare veramente bene assieme. Capii che poteva essere la storia che cercavo, di cui avevo bisogno, importante. Fu grazie alla sua energia che riuscii  a laurearmi e, finalmente senza conflitti con la mia famiglia, a trovarmi un lavoro fuori Venezia.

Eppure tra noi sapevo esserci sempre qualcosa di non detto. Qualcosa che né io né lei osammo mai affrontare.

Ogni volta che, per un qualsiasi motivo, mi capitasse di pensare a Marco, dentro, ben nascosta, mi irrideva una cantilena: “tu sei la seconda scelta della mia seconda scelta che è la tua seconda scelta…”

Durò quattro anni. Anni che rimpiango, pensando alla mia stupida viltà e chiedendomi ancora se anche lei sentisse dentro di sé la stessa mia cantilena.

Le dissi che era meglio lasciarci. Inventai malamente qualche povera scusa.

Lei… finse di crederci.

Alberto Bregani - Mountain Photographer © rights reserved

Carlo Xodo
Lunghi studi di architettura a Venezia ed un lavoro che, ovviamente, ha poco o nulla a che fare con quello che ho studiato.
Amo la montagna e molte (troppe) altre cose che finisco solo per sfiorare. Però in montagna ci ritorno sempre, magari col fiatone ed i soliti buoni propositi di rimettermi in forma.
Non a caso il mio eroe è Zeno Cosini…

Alpine Sketches © 2011