L’altra “Casarotto”

di Francesco Lamo

Durante quell’inverno, inspiegabilmente, non riuscivo a stare al passo durante le gite con gli sci. Addirittura mi fermavo durante le corse serali di allenamento, anche se programmate solo sulla mezz’ora di tempo. Ero sempre stanco e senza fiato.

Ricordo in particolare una salita sul “Serva”, sopra Belluno, che non riuscii nemmeno a concludere tanto ero svuotato: alla Casera “Pian dei Fioc”, massimo punto raggiunto in quella occasione, provai ad interrogarmi sui motivi di questa debolezza.

A gennaio un grande erpes stazionava ormai stabilmente sul labbro inferiore della mia bocca.

Arrivò la febbre: che non se ne andava. Avevo sempre questa maledetta febbre latente…e poi aumentò.

Decisi di andare al pronto soccorso dove effettuai l’analisi del sangue ed la diagnosi fu tanto semplice quanto poco piacevole. Avevo la leucemia. “Leucemia mieloide”, dissero: in quel preciso momento svenni e per fortuna un medico attento mi afferrò al volo.

Furono mesi impegnativi: le chemioterapie, lunghe permanenze in ospedale in stanze sterili, una fiacca enorme. La “chemio”, non importa come la si metta, è un inferno vero. È un campo di battaglia e bisogna resistere, parare i colpi. Non importa come li pari, se con o senza dignità (a volte la si perde), l’importante è il risultato.

In quel periodo faticavo persino ad andare al bagno per lavarmi i denti. Avevo le piastrine molto basse e il sangue faticava a coagulare anche usando il filo interdentale. Per fortuna raggiungemmo la remissione della malattia (uso il plurale perché se ci sono riuscito è merito anche di tutti coloro che mi sono stati vicino e mi hanno aiutato) e potei così affrontare, con maggiore sicurezza, il trapianto di midollo, donato da “un maschio di Dubingen” (nei pressi di Stoccarda), di lui non so altro. Per me un Angelo, che purtroppo non avrò mai l’emozione di conoscere. Dubingen quell’anno fu definita la città tedesca con il più alto livello di qualità della vita e quel gesto ne fu una riprova. Speravo davvero l’incubo fosse finito, dopo circa 8 mesi totali d’ospedale e due anni di coinvolgimento a tempo pieno.

I mesi successivi furono all’insegna della ripresa: mangiare e bere, andare al bagno, lunghe dormite, letture.

Ad agosto Nico e Nico mi accompagnarono su una via classica di Rocca Pendice, la Carugati. Quella via, facile –terzo e quarto grado con solo un breve passaggio di quinto-, l’avevo ripetuta centinaia di volte, anche slegato,  e la conoscevo a memoria. Beh…dopo quella salita da convalescente dormii 24 ore di fila data la mia stanchezza. Fu una fatica straordinaria per il mio fisico, abituato solo a flebo e letto, salire quei 135 metri.

Per fortuna che restavano i miei compagni di cordata ed i miei amici, anche se non tutti rivelarono entrambe le qualità: devo ringraziare anche loro che mi sono stati vicini durante quel periodo e mi hanno trasmesso il loro affetto.

I mesi successivi, durante l’autunno, continuavo a sentirmi bene ed iniziai a fare lunghe passeggiate e qualche arrampicata in falesia. Mi sentivo ogni giorno, ogni settimana, più forte. Seguirono escursioni più faticose.

Con Marco, amico silenzioso, ma vero, mi allenavo, per tornare come prima della malattia. A volte Marco mi metteva tecnicamente in difficoltà, faticavo davvero a seguirlo.

firmato: Renato Casarotto

Il nuovo anno  si presentò singolare dal punto di vista meteorologico. Temperature estremamente elevate per il periodo, ad eccezione del primo mattino, e niente neve: incredibile per Gennaio! I “sesti” in falesia riuscivano quasi come una volta e l’avambraccio stava riacquistando tonicità.Fu così che proposi al socio di tentare una salita che mi aveva sempre attirato, nel gruppo delle Piccole Dolomiti Vicentine, proprio sopra Schio: la Casarotto-Campi al Soio Rosso, una via del 1973. Così la introduce il “Pieropan”, la guida storica del Pasubio: “itinerario di massimo impegno, realizzato secondo i canoni tradizionali dell’arrampicata libera: supera direttamente la successione di tetti fra la via Diretta e la Grana-Bernardi”.

Questa salita affronta la gialla parete di destra del Soio Rosso, prima per una serie di fessure e diedri, delicati in basso e atletici sopra, ed infine una aerea traversata conduce ai tiri finali, i quali permettono di raggiungere i mughi sommitali, ben visibili e sporgenti già dal primo tiro. VI+ dicono le guide ed i ripetitori. E’ un VI+ da salire in libera, senza tirare sui chiodi, peraltro originali.

La salita si presentava certamente ostica, ma me la sentivo di provare. Al massimo saremmo tornati indietro e saremmo andati a bere la solita birretta a Ponte Verde, senza alcun rimpianto.

Dal parcheggio all’imbocco della Val Fontana d’Oro salimmo alla base della parete Sud del Soio Rosso e per la classica rampa giungemmo alla Gran Cengia che traversammo verso destra, fino all’attacco della Carlesso e poi della Casarotto. Nei primi due tiri condusse Marco: prima una traversata gialla molto friabile e quindi una fessura continua ed atletica, da proteggere. La verticalità mi imbarazzava e la testa non poteva essere quella di prima: avevo paura. Ad una sosta fu emozionante scoprire le iniziali del primo salitore scolpite nella roccia ed un po’ mi ripresi.

Mi costrinsi a stare davanti ed affrontammo così due bellissimi diedri e la successiva traversata sotto a un grande tetto. In sosta mi sembrava di toccare il cielo, tanto ero soddisfatto: mi ero protetto piantando chiodi e incastrando friends, avevo faticato e non mi sembrava vero di essere riuscito a salire un tiro di quella difficoltà. Davvero in quella sosta fui felice.

Marco continuò per una traversata sospesa nel vuoto e poi per una verticale e sprotetta parete verticale, gialla e da ricercare.

A me toccò l’ultimo tiro che mi fece penare quasi mezz’ora, in particolare negli ultimi ostici metri senza chiodi: l’esposizione mi impauriva, ma fu una soddisfazione acchiappare, quasi al volo, il mugo posto sul bordo dello strapiombo e gridarla al vento.

I successivi due insidiosi tiri di erba quasi verticale, dove bisognava ancora tenere alta l’attenzione, ci condussero alle sommità del Soio e al sentiero di discesa. Potemmo finalmente rilassarci con la vista della Guglia del Frate (non il Fratòn di Sorapache!), solitario monolite che non si lascia conquistare con facilità, vista la sua friabilissima fama; se osservato da un preciso tornante della Val Leogra identifica chiaramente un vero e proprio frate (con tunica) a testa china. A Ponte Verde ci attese la paffuta barista, come sempre di nero vestita, e la rituale birra media che Marco avrebbe trangugiato senza respirare.

Forse io non sono la persona adatta, ma tento semplicemente di suggerire di cercare di vivere bene e profondamente il presente, perché il passato sono solo ricordi ed il futuro è, per tutti, ignoto. E soprattutto, in questo presente da vivere, non pretendiamo di voler cambiare sempre gli altri, proviamo a cambiare noi.

Francesco Lamo è dottore forestale e professionalmente si occupa di agricoltura ambientale e di agricoltura di montagna. Vive nella campagna padovana con Elisa, Francesca, Matilde e Kory, un simpatico Border collie che adora camminare per sentieri. Prima che di alpinismo, è soprattutto appassionato di montagna, in particolare quella bellunese e vicentina. Di passaggio sulla nord-ovest della Civetta, attraverso i percorsi meno difficili, ha scoperto la parete da sogno.
Con Marco, Enrico, Raffaele, Walter, Ivo, Stefano, Cristiano, Michele e altri Amici ha trascorso giornate che non si dimenticano.

testo e foto sono dell’autore

Alpine Sketches © 2011