Cosas Patagónicas

il versante est della Torre Egger

Mi è capitato di sentire più volte Ermanno Salvaterra in questi ultimi mesi, per chiedergli tante cose e anche qualche foto.
E’ un personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni ma quando si parla della Patagonia diventa molto disponibile … se si parla delle Torres, addirittura coinvolgente.
Le cinque volte sulla Aguja Standhardt, le due sulla Punta Herron più l’anticima per la Gioconda, una volta di transito sopra la Torre Egger e ancora le cinque volte in cima al Cerro Torre, senza contare i tentativi, hanno lasciato un segno che non può essere facilmente dimenticato, come una malattia.

Così ho raccolto per Alpine Sketches queste impressioni.


Alpine Sketches
Bernasconi e Della Bordella sono appena tornati dalla Torre Egger …

Ermanno Salvaterra
Dove sono arrivati loro, io e Cavallaro nel 1997 siamo arrivati al primo ed unico tentativo. Poi il tempo è cambiato ed è stata una bella storia tornare giù. Il tentativo in centro alla parete mi piaceva molto. Era anche un mio obiettivo e Sarchi vorrebbe che tornassi là insieme a lui e …

* Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella per tutto il mese di gennaio di quest’anno hanno ripetutamente tentato la via del 1997,  aggiungendo ancora un tiro di corda ai 7 già fatti da Salvaterra e Cavallaro. NdR.
(tracciato n.4)
 

Torre Egger, parete ovest

 

Sulla Egger però hai avuto sempre vita dura

Sulla Egger a parte il tentativo sulla ovest sono solo passato di lì con la traversata. Il pezzo che ho fatto per andare in cima non era tanto difficile. La Egger comunque è bella tosta.

Già, la Grande Traversata delle Torri, ci pensavate già negli anni 80, un progetto futuribile…

A quei tempi pensare alla traversata era molto dura ma era comunque un sogno e tale è rimasto. Il mio filmato del tentativo si chiama infatti Il grande sogno. Certamente chi provava aveva il grosso enigma della nord del Torre. Dopo averla fatta per noi il problema non esisteva. Anche Rolo mi ha detto che per fortuna di lì eravamo già passati.

la parete finale della Torre Egger dal col de Lux

E passando per il col de Lux, Huber è stato esplicito, nessuna traccia di Giongo e De Donà sul Col de Lux e neanche sulla parete terminale, eppoi che sarebbe stato assurdo risalire fino alla punta Herron. Se ciò non fosse, sareste stati i primi sopra alla Herron, con Cavallaro e Vidi nel 1991.

Riguardo a Giongo e De Donà non so bene che dire. Scendendo dal fungo anche se hanno detto di aver messo dei chiodi a pressione, se sono scesi in diagonale per tornare al colle Lux si potrebbero non vedere. Sulla salita alla Egger non mi pronuncio più di tanto.

Sulla Herron invece sì. Quale sarebbe l’alpinista che scende da una cima e per continuare ad andare giù ne sale un’altra. Certo, forse solo un tiro ma non facile. E poi scendere fino alla base del fungo? Altre due doppie. Poi pensare che hanno poco materiale per scendere sulla ovest. E dalla base del fungo della Herron la ovest non si vede. Poi tornare indietro in cima e scendere di nuovo al colle Lux. Con quel tempo erano già quasi al nevaio sulla est della Egger. Storia molto assurda.
Di aver fatto la prima salita alla Herron non mi interessa. Hai letto il racconto su
Scandere?

il tunnel di uscita di Titanic, quasi in vetta alla Egger

Come no? In due sulla Torre Egger di Giuliano Giongo fa la sua bella figura anche in questo blog  … quelle vie vengono disertate e nessuno si sta imbarcando in vie nuove da tempo, mi viene in mente il grandioso cantiere di Orlandi sulla sua via in est del Torre, dove è morto il povero Giacomelli. La Patagonia è sempre un ambiente ostile, c’è meno voglia di mettersi in gioco?

In Patagonia è cambiato molto con la tecnologia ed internet e le previsioni meteo. Ci sono alpinisti fortissimi che fanno cose molto belle.

Quello che sta facendo Orlandi non mi piace nemmeno un po’. Soprattutto perché si vuol far passare la cosa come salita in stile alpino ma così non è. Hanno in parete oltre 800 metri di corde fisse e la cosa va avanti da qualche anno.

la parete sud della Torre Egger dal colle della Conquista

Ma ci sono delle fantastiche ripetizioni veloci e anche le solitarie di Colin Haley, fino alle ultime vie di Kaufmann, Wharton sul Cerro  Pollone,  Aguja Desmochada …

Sono semplicemente bravissimi. Hai letto delle ultime alla Desmochada-Silla-Fitz Roy? Fortissimi!!!
(The Wave Effect,  Magro, Opp e Josh Wharton n.d.r.)

Insieme a Mabboni hai tracciato una variante alla via del Compressore e pochi giorni fa il tentativo di liberare la via Maestri da parte di due canadesi si è arrestata appena pochi metri dalla sosta del compressore. E’ questa la vera sfida sullo spigolo sud est del Cerro Torre?

Assolutamente sì. Bravissimi anche loro. E poi se rompessero i chiodi di Maestri, ciò che lui stava facendo, il Torre inizia una nuova storia.

Pensa che non sapevo nemmeno che avessero fatto un altro tentativo su quella linea con Rolo. Su quella variante non ricordo i nostri spit ma so che abbiamo fatto delle soste. L’unico spit di protezione si vede in una delle foto del Colin. Era abbastanza ghiacciato e Mabboni non avrebbe voluto metterlo ma poi mi ha detto meglio uno spit che un Mauro in meno.


Le foto di Colin Haley sul suo ultimo tentativo al Cerro Torre con Garibotti, Duarte e Smith  sono eloquenti se non imbarazzanti per il numero di chiodi piantati proprio dove comincia la tua variante di A1. Ma al di là delle polemiche, ri-contestualizzandola al periodo è proprio così condannabile la via di Maestri ‘70 da meritarsi di essere azzerata?

Il discorso dei chiodi di Maestri è forse complesso. Certamente togliendoli, o meglio, spezzandoli, la storia del Torre si riaprirebbe. Già qualche anno fa io dissi che se si parlasse con Maestri credo sarebbe anche d’accordo. Anche se quando l’hanno intervistato dopo le liti di chi voleva togliere i chiodi si era arrabbiato. La sua intenzione era comunque di romperli tutti. Ezio Alimonta gli disse che se li voleva togliere lo lasciavano lì da solo.

Una bella cosa che mi ero promesso di fare era quella di calarmi diritto sul compressore per vedere esattamente quale è stato e dove è l’ultimo suo chiodo. Questa è una curiosità mia personale a cui pochi, anche arrivando in cima di giorno e col bel tempo, hanno pensato. Li stava rompendo mentre scendeva calato o li rompeva scendendo arrampicando? Mah?

Rolo parlando delle vie sul Cerro Torre pensa che la tua Infinito Sud sia tra le più innovative, per l’uso parsimonioso di corde fisse e della chiodatura solo alle soste e nonostante i 2 quintali di box. Che ricordi hai di quell’avventura?

Ho bei ricordi di tutte le salite e anche dei tentativi. I 24 giorni sulla sud non sono stati male. Bravi i miei soci che mi hanno seguito senza dire mai niente.
Molti di quei ricordi, le riflessioni e parecchie foto  sono raccolte in un mio  libro che sta uscendo: L’uomo del Torre – Pensieri Nel Vento

A Padova tre anni fa ci dicesti che con la Patagonia avevi chiuso! Non ti viene voglia di tornare? Qualche obiettivo o ancora un altro sogno ti sarà rimasto nel cassetto?

Se non fossi così vecchio avrei ancora diversi progetti da fare là. Forse però non ho ancora chiuso. Forse il Torre? O la Egger? Vedremo …

in cima alla Torre Egger

Alessandro Beltrami alla base dell'ultimo fungo della Torre Egger

Alessandro Beltrami sull'ultimo tiro del Cerro Torre, 2005

Rossetti e Beltrami in sosta sul compressore

Beltrami e Garibotti in vetta al Cerro Torre nel 2005

ultimi tiri sul Cerro Torre

Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre ...


Apertura de L'Arca de los Vientos, 2005: Ermanno Salvaterra durante l'ultimo bivacco

Exocet, Aguja Standhardt, 2009

 

Garibotti sul primo tiro della via del '59, sembra diretto verso la Torre Egger

Cerro Torre, parete sud

“Torno a casa ma ho già voglia di ripartire. Ho capito qual è il senso di una spedizione. E’ salire una montagna andando oltre. E’ distaccarsi dalla cima da elenco per rivolgersi ad algo mas, anche se ancora confuso nella sua definizione benchè già certo nell’ intuito. E’ vivere l’assenza di radici come un cammino di libertà, la mancanza di legami precisi come l’ amore per un mondo più grande. Sempre ritorno da questi viaggi con un desiderio più profondo di conoscere e di amare, con una gioia di vivere che dovrebbe essere uno stato normale e non una specie di stato di grazia. Importante è rimanere a casa solo fino a quando dura questo momento di sentire la vita e sapersene andare di nuovo, prima che la gabbia delle false sicurezze chiuda le sue porte. Rimanere solo fino a quando si conserva l’ impulso creativo, coraggioso e sereno, e poi tornare ad andarsene, prima che sopravvenga la paura della libertà. …”.
Silvia Metzeltin e Gino Buscaini,  Patagonia. Terra magica per viaggiatori e alpinisti

tutte le foto sono di Ermanno Salvaterra
intervista raccolta da Stefano Lovison
i tracciati di via sulla Torre Egger sono a cura di Alpine Sketches


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