Changabang e Kalanka

 di Stefano Lovison

Changabang

Dougal Haston  after the first ascent. Photo Doug Scott

Changabang, la sua immagine richiama alla mente un aguzzo dente di squalo: il grande nord, l’acqua e la potenza del ghiacciaio tutto in una parola. La montagna di luce offre potenti visioni da ogni versante la si osservi. Le sue pareti con grandi specchi di granito, placche e strapiombi poderosi, sembrano offrire pochi punti deboli:
“io un ghiaccio così in parete non l’avevo mai visto… l’unica spiegazione possibile è che le nevicate monsoniche ricoprano la parete e poi tutto si trasformi in ghiaccio… lì ho capito perché l’hanno chiamata ‘parete di luce’… la sua superficie è tutta a lenti. Ovunque splenda il sole, è tutto un bagliore.” (Pavel Shabalin).
La sua storia alpinistica è relativamente recente, comincia nel 1974, quando il Garhwal indiano riapre le porte agli alpinisti dopo un lungo periodo di isolamento.

La spedizione anglo-indiana di Bonington ottiene il primo permesso alla montagna con l’intenzione di scalare la parete ovest:

“eravamo di fronte a un precipizio, come non ne avevo visti mai se non in Patagonia: un’immensa parete levigata, spezzata da strapiombi e verniciata di ghiaccio”, “… era evidente che ci trovavamo sul versante sbagliato della nostra montagna e che non saremmo mai riusciti a scalare una via di roccia nelle condizioni climatiche che ci aspettavano”. Martin Boysen
Il colle Shipton che dal ghiaccio Changabang è una facile salita, dal versante Rhamani risulta invece difficilissimo. Ne sanno qualcosa gli italiani guidati da Corradino Rabbi che nel 1976 sono diretti al Kalanka: sono ‘quelli’ che accolsero nelle loro tende Boardman e Tasker appena scesi dalla loro via sulla ovest. Bonington e compagni, attrezzato il proibitivo passaggio e calatisi finalmente nel Changabang glacier, salirono facilmente in vetta dal pendio glaciale tra Changabang e Kalanka.

 

 
1- spedizione Bonington 2- via dei giapponesi 3- Boardman-Tasker photo Doug Scott

E’ del 1976 la via dei giapponesi. E’ una linea bella e logica per lo sperone sud ovest ma a impressionare sono i numeri e non certo lo stile: 33 giorni di salita, 2500 metri di corda, 66 i tiri, 300 chiodi normali e 120 a espansione, 20 dei quali per la sola progressione… in sette giorni i sei giapponesi percorrono appena 20 tiri di corda ma alla fine sono tutti in vetta il 14 giugno.

Nell’autunno dello stesso anno, sulla sinistra della parete ovest, Boardman e Tasker aprono quella che diventerà un’icona tra le vie più belle nello stile e più dure di sempre, tanto da caratterizzare un’epoca e celebrata sontuosamente in uno dei più bei libri mai scritti per gli alpinisti da un alpinista.

 

1.Boardman-Tasker; 2.cresta finale della via giapponese. photo Doug Scott

Con un budget di appena 1400 sterline i due, nel più completo isolamento e senza l’aiuto di portatori, passano più di 20 giorni nella parete ovest alta più di 1600 metri, affrontando difficoltà di V e VI grado in libera, A2 e A3 in artificiale e senza usare alcun chiodo a pressione.

Quasi in contemporanea altri inglesi attaccano la montagna dal solare ghiacciaio Changabang. Sono Read, Clark, Duff, Roberts e Rogers che riescono a tracciare 1700 metri di via nuova in stile alpino sul fianco sud est della grande parete.

 

1- South Ridge via degli Italiani 1981 Renato Lingua, Ugo Manera, Lino  Castiglia,
Isidoro Meneghin, Claudio Sant’Unione, Pietro Crivellaro,  Alessandro Zuccon, Roberto Bonis
2- Wojciech Kurtyka, Krzysztof Zurek,  Alex MacIntyre, John Porter, 1978
3- Read, Clark, Duff, Roberts e  Rogers, 1976
4- Bonington e c., 1974
 
 
 

La cresta del Changabang in un foto di John Porter

 

Nel 1978 un gruppo di quattro uomini, un inglese, un americano e due polacchi, si imbarca in quella che all’epoca fu definita la più grande avventura alpinistica del secolo.

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Porter, Żurek, Kurtyka e MacIntyre (foto Lech Korniszewski)

 

Sono Wojciech Kurtyka, Krzysztof Zurek, Alex MacIntyre e John Porter. Attaccano la parete sud più a sinistra della via degli inglesi nel 1976. Dopo otto giorni consecutivi di scalata, non prima di aver attrezzato le prime sei lunghezze di corda in un precedente tentativo bloccato dal maltempo, con difficoltà massime di VI e A3 il 26 settembre, i quattro sono in cima.

 
 

 

Nel 1981 è la volta degli italiani Ugo Manera (nella foto, in vetta), Lino Castiglia, Isidoro Meneghin, Claudio Sant’Unione, Pietro Crivellaro, Alessandro Zuccon, Roberto Bonis.La via aperta dai torinesi raggiunge la cresta rocciosa che separa i ghiacciai Changabang e Rhamani e supera il ‘Colle degli Italiani’ a quota 5950. Oltre l’Italian Col, la cresta prosegue con l’aspetto di un enorme pilastro fino a 6400 metri dove la nuova via (fin qui sono 1450 metri di dislivello) confluisce in quella dei Giapponesi. Il 18 ottobre 1981, Manera e Castiglia sono in vetta al Changabang.

Starting on September 23 we took a week to proceed up the Rishi Ganga to Base Camp at 13,300 feet. Unfortunately Lingua had to return to Italy because of sickness. It took from October 2 to 6 to establish Camp I at 17,225 feet and from October 6 to 10 to fix the way (UIAA III, IV and IV+) and establish Camp II at 19,700 feet on the Italian Col. We prepared the route up the south ridge for 1300
feet (UIAA V, V+, Al, A2 and ice of 70” and 80’) until we joined the Japanese route on the southwest ridge. From October 16 to 18 Manera and Castiglia climbed to the summit (6864 meters, 22,520 feet), bivouacking twice on the ascent and once on the descent. We evacuated Base Camp on October 24. The weather was consistently good. The climb presented no objective dangers. We had solid granite and very good ice.
American Alpine Club Journal 1982
 
 
 

La parete nord

1- Cave and Brendan Murphy (to summit), Mick Fowler and Steve Sustad, 1997
2- Clyma, Payne, Murphy, Perkins, 1996
3- Mariev, Pasha, A. Volkov, I.Dusharin and C. Buhler, 1998

 

La parete nord rimane nel suo splendido isolamento fino al 1996 quando l’audace tentativo di Julie-Ann Clyma, Brendan Murphy, Roger Payne and Andy Perkins si interrompe per il perdurare del cattivo tempo al settimo giorno di scalata.

L’anno dopo sarà la volta di Andy Cave, Brendan Murphy, Mick Fowler and Steve Sustad. La splendida salita sarà funestata dalla morte di Brendan Murphy, il 3 di giugno.

Brendan Murphy – Photo Andy Cave

 
“After several increasingly insistent shouts, Andy’s voice penetrated the mist. “Is Brendan
with you?”
This seemed a curious question. My alarm bells rang immediately. Of course he wasn’t
with me-the abseil rope hadn’t even been moved.
“No !”
“Oh. . . . Fucking hell. He’s gone!”
Brendan had been swept off by the avalanche while moving the abseil point. My heart was
in my mouth immediately. I looked down hopefully. Below me, 300 to 400 feet of 70’ mixed
ground gave way to a couple thousand feet of snow slopes with occasional rock steps as much
as a couple hundred feet high. There was no sign of Brendan and, realistically, no chance that
he would have survived…”A Touch Too Much? The first ascent of Changabang north face, Mick Fowler
AAJ 1998
 
men approaching Changabang ABC
 

Lightning route del 1998 chiude questa piccola storia.
Un km e seicento metri di via, 35 lunghezze in artificiale e misto con difficoltà di A4/6b, tre settimane trascorse in parete da parte di Ivan Dusharin, Andrei Volkov, Pasha Shabalin e Carlos Buhler

……………

 

Kalanka

1. tentativo britannico di Allan e Lyall del 2004 sul pilastro nord;
2. tentativo degli americani Nott e Varco del 2003;
3. Czechoslovakian Route 1977, Jon e Rakoncaj
foto Petr "Miska" Mašek

Czechoslovakian Route

Dopo aver raggiunto Delhi in camion dalla Cecoslovacchia, la squadra di 14 alpinisti dapprima attaccò per una via direttissima in un tentativo che andò frustrato per il maltempo.
Il secondo tentativo fu deciso a circa 100 metri più a destra del precedente sotto la verticale della sella Kalanka-Changabang.
Dopo due giorni di arrampicata fu installato il Campo 3 (il 2 era praticamente il CB avanzato sul Bagini glacier) a 6150 metri.
Appena sopra, un pilastro di roccia verticale rappresentava il passaggio chiave della salita che impegnò gli alpinisti per 3 giorni. Su un piccolo pianoro sotto il colle fu posto un ultimo bivacco. Il 18 settembre si decise di continuare la salita in stile alpino.La cima fu raggiunta il 20 settembre da Rakoncaj e Jon con Janis, Uhlir e Hons di sostegno al Campo 3. Uscirono in cresta circa 150 metri sopra la sella e continuato per gli ultimi 500 metri di cresta lungo la via dei giapponesi del 1975.

La sella tra Changabang e la vetta del Kalanka 6931 in una celebre foto di Doug Scott del 1974. Photo Doug Scott

Si intuiscono sulla sinistra l’uscita della via cecoslovacca e sullo sfondo la scena del tentativo di Sue Nott e John Varco del 2003. Il loro tentativo per 19 giorni assume i connotati di una vera e propria sfida. Assediati dalla tempesta, protetti solo dalla portaledge,  per gli ultimi quattro giorni senza cibo sono costretti a ritirarsi in vista della cima. Su quella linea passeranno i Giri-Giri boys giapponesi del Piolets d’Or 2008 con Bushido:
“only 350-400m of relatively easy snow and ice slopes separating them from the summit. At this point they had been four days without food and were being pounded daily by heavy afternoon spindrift. Totally spent and with little hope of clear weather, they descended.”

1. Czechoslovakian Route, 1977;
2. tentativo di Nott e Varco, 2003;
3. tentativo di Allan e Lyall del 2004;
4. Bushido, 2008;
5. tentativo di Bullock e Cool,  2007.
foto Petr "Miska" Mašek

Bushido

E’ l’ultima via aperta sul Kalanka, vincitrice del Piolet Asiatico e del Piolet d’Or 2009.

Ricalca nella parte bassa il tentativo di Nick Bullock e Kenton Cool del 2007, che salirono gli ampi pendi di neve e ghiaccio della parete nord est ben a sinistra dello sperone che la separa dalla parete nord per poi bloccarsi sullo stesso ad una quota di circa 6300 m.
E’ li che i giapponesi dopo una lunga e vertiginosa traversata hanno risolto la via raccordandosi con l’itinerario di Nott e Varco del 2003 oltre il loro punto massimo raggiunto a 6500 m. e da lì in vetta.

 

Elaborazioni, tracciati e ricerche a cura di Stefano Lovison© AlpineSketches 2011