Grimsel: il paese delle placche

di Marco Lanzavecchia

lo non leggo mai le riviste di alpinismo, no, non guardo neppure le figure: mi fanno star male! Considerate le mie possibilità, se lo facessi mi farei venire in mente quelli che avendo la moglie racchia si guardano” Penthouse” e soffrono… soffrono…Ebbene, tanto più una regola è sana, tanto più l’uomo tende ad infrangerla! Una bella sera mi trovai così, a casa di un amico di quelli abbonati a tutto, a sbirciare appunto lussuose e patinate riviste inglesi e americane di alpinismo e a confrontare, con una punta di tristezza, i fisici da dio greco degli arrampicatori in fotografia con la mia incipiente pancetta pelosa e le mie braccine tisicuzze. Stavo già pensando di consolarmi con una buona viennetta, o, che so, un limoncino (prelibato ghiaccioletto al limone che non manca mai a casa dell’abbonato a tutto) quando mi cadde l’occhio su alcune fotografie incredibili: mostravano una cordata impegnata su placche meravigliose, color oro brunito, a un altezza sorprendente dal fondovalle! Le didascalie parlavano genericamente della” zona del Grimselpass” e niente più.
« Guarda che bello! – strillai eccitato – guarda che roba! ». E corsi dall’amico a mostrargli la mia scoperta. Il verme (tutti così i capitalisti) non smise neanche per un istante di spalettare avido la sua viennetta (seconda fetta) e elencò tranquillo una lista di impegni, viaggi, riunioni briefing e sfinimenti per le successive 18 settimane che escludevano e precludevano qualsiasi ipotesi di sua partecipazione a qualsivoglia spedizione.

Ora, bisogna sapere che il suddetto” abbonato a tutto” è una fra le mie poche conoscenze che già ai tempi gloriosi di questi avvenimenti disponeva di un’autovettura degna di tale nome e proprio per questo la sua defezione appariva particolarmente grave.

Come spesso accade la salvezza venne dalla classe operaia, e altri amici di diversa estrazione sociale si dichiararono disposti a tradire la casareccia Val di Mello per andare a “strisciare” sulle placche d’oltralpe.
La prima strategica mossa fu la raccolta di informazioni: telefonai al “Capo” (noto alpinista del Nord Italia) che mi concesse, dopo avermi fatto lavare le mani due volte, di sfogliare la sua mostruosa collezione di bollettini e riviste. Finalmente scovai una pubblicazione, ovviamente redatta nella per me incomprensibile lingua alemanna, su cui rutilavano gli schemi tecnici delle vie di Handegg. Vittoria! Previo deposito del documento di identità e di una congrua cauzione di valuta pregiata, ottenni persino l’inusuale privilegio di poter fare alcune fotocopie.
Forte di tale prezioso documento preparai febbrilmente la partenza e, il pomeriggio del venerdì, dopo essermi strategicamente defilato dal lavoro, mi trovai con gli amici monzesi a caricare le nostre fetide masserizie sulla mia gloriosa (riposi in pace) Fiat 850 color grigio topo.

Il resoconto degli strabilianti avvenimenti che seguirono viene fatto al tempo presente; spero che il lettore mi saprà perdonare questo piccolo artificio retorico, ma, diversamente, non riuscirei ad esprimere in pieno l’epicità e la tensione emotiva di quei memorabili giorni.

 

IL PAESE DELLE PLACCHE
Inizia l’interminabile viaggio, che richiede una fortuna in carburante e quasi 200 litri d’acqua per rabboccare il radiatore della sbanfante carriola, provata da una quarantina di chilometri di salita percorsi in prima marcia. A tarda notte, ma sani e salvi, siamo a destinazione.
La mattina dopo, all’alba, ruminiamo la nostra colazione mentre i nostri sguardi percorrono, non senza apprensione, le placche di Handegg. Ansia ed eccitazione ci serrano la gola e i preparativi, pur frenetici, sono interrotti da un formidabile numero di “ultime sigarette”. Consumate le residue scuse e deposti gli indugi ci incamminiamo baldanzosamente per l’aspro sentiero. I primi tiri, non difficili ma già stupendi, filano lisci e le nostre creste, di veri galletti, cominciano a rialzarsi. La visione del primo tiro duro è una vera doccia fredda: liscio e ripido in modo sconcertante, offre come unico saldo appiglio per la mente pochi e scanditi spit. Parto titubante e dopo una lotta furiosa e molti cigolii, raggiungo, letteralmente raso al suolo, la sosta. La relazione parla chiaro: questo tiro è “solo” VI+, più in alto le difficoltà si alzano anche di un grado! Comincio a chiedermi come andrà a finire.
Siamo ancora molto ingenui e non abbiamo capito che bisogna aspettare che le placche di Handegg prendano il sole (sono esposte ad ovest), infatti pochi gradi di differenza e l’umidità della notte alzano tantissimo le difficoltà.
Nonostante la prima” paga” proseguiamo speranzosi e, ben presto raggiunta dai raggi dell’astro dorato, la parete comincia a sorriderci. Non senza qualche patema, superato un caratteristico gradino verticale per una fessura abbastanza feroce, ci spingiamo per le. stupende placche di Siebenschlafer, costellate da enormi marmitte dei giganti, fino alla cengia erbosa che, per dirla alla Guerini, costituisce il “termine materiale della via”. Sul 15° tiro ho la gioia di riconoscere il posto ritratto nella foto che tanto mi era piaciuta a casa dell’ “abbonato a tutto”.
Ora, bisogna sapere che Siebenschlafer vuol dire, più o meno “dormisette”, che è il nome che i nostri camerati d’oltralpe danno al ghiro. lo invece, che ho fatto le scuole grosse e conosco le lingue, disserto dottamente sulla mirabolante ipotesi che si tratti della traduzione tedesca del termine” Motorhead” che, come è noto, si riferisce a quella parte del motore delle macchine dei poveri che quando brucia son guai e soldoni da pagare. Due baldi e biondi giovani teutoni, che incontriamo lungo la discesa, da me interpellati al fine di fugare ogni dubbio sulla mia brillante teoria, chiariscono invece l’increscioso equivoco e, gesticolando con enfasi quasi partenopea, ci assicurano che “Motorhead” è da tutt’altra parte e precisamente in un “sehr shone-pellisimo” posto che si chiama Eldorado al quale si arriva cosi e cosà, ecc, ecc. Ricevuta poi la formale assicurazione che « Meno tificile che Siebenschlafer» decidiamo all’unanimità di andare a vedere. Tale decisione è da me accolta con intimo gaudio, perché consente di scampare, senza perdere la faccia, il temutissimo appuntamento, previsto in origine per l’indomani, con l’arcigna Boulder highway, che non pare disposta a concedere i suoi favori se non in cambio di un probabile tributo di sangue.
La mattina del giorno dopo, reduci da un bestiale bivacco preceduto a sua volta da una meritatissima ciucca, caracolliamo per gli interminabili saliscendi del sentiero che, costeggiando uno stranissimo fiordo dalle acque grigioverdi, porta al promesso” Dome de l’Eldorado”.
Nel giungervi capisco come i due vispi fratelli Remy abbiano partorito questo bel nome: è davvero alla fine di un lungo cammino che si incontra il prezioso scrigno di placche dorate, esattamente dove il grande ghiacciaio si adagia, ormai stanco, nelle lattigmose acque del lago.

Che gioia immensa deve essere stata per i forti fratelli svizzeri questa scoperta, il subitaneo rendersi conto che la natura stava loro regalando un così bel giocattolone, che nessuno prima aveva saputo vedere e percorre. Per farla breve i due hanno davvero spadroneggiato, aprendo tutto o quasi, dal basso e sforacchiando con parsimonia, da veri fuoriclasse, facendo compiere all’arrampicata per aderenza un vero e proprio passo in avanti, estetico e tecnico al tempo stesso.
Fortunatamente però esiste un santo protettore dei brocchi, e l’invenzione della gomma spagnola ha tirato giù dall’Olimpo le vie dell’Eldorado e le ha messe alla portata di noi miserabili schiavi della gravità.
Saliamo Motorhead, prontamente ribattezzata con il casareccio appellativo di “Muturett” a cui far seguire un onomatopeico spernacchiamento, ad imitazione del bolsissimo Gilera 125 che ci scarrozzò nel bel tempo che fu.
L’arrampicata è un delirio di gioia, sole ed entusiasmo, le difficoltà (cosa rara) non ci pesano e riusciamo a sentirei molto bravi. Dopo il passaggio chiave, placato “lo spirto guerrier ch’entro mi rugge”, cedo volentieri il comando e concludo la via da vero poltrone, godendomi la pregevole scollatura di una bionda svizzerotta che ci tallona. Cerco di spiegarle che «Macaroni… tutti machi!», ma lei non appare convinta, anche se sorride divertita e con lei il sole di una stupenda giornata di settembre.
In cima, sfilandoci con legittima soddisfazione gli stivaletti malesi, godiamo a lungo dello spettacolo incredibile del mare di ghiaccio dell’Unteraargletsher e del lontano, feroce e seghettato Lauteraarhom. Dall’alto dei suoi 4000 metri ci squadra un po’ seccato: forse non avrebbe mai immaginato di essere snobbato per quel ridicolo cocuzzolino granitico lì in basso, nell’angolo del suo gran mantello gelato. Forse ha ragione lui, il montagnone, ma per oggi noi ci siamo proprio divertiti e, tutti d’accordo, ci ripromettiamo di tornare ancora a far visita all’amico Eldorado.
lo sono tornato tante volte, con altri amici, spesso con la mia ragazza, e sempre ho speso bene la mia giornata e son ripartito soddisfatto e con tanta voglia di tornare e tornare ancora.

testo di Marco Lanzavecchia, 1989
foto di Mario Verin

Marco Lanzavecchia detto Rel, agrario mancato e battitore di marciapiede audiovisivo per sopravvivere è stato uno dei maggiori arrampicatori con la bocca del secolo scorso ed indubbiamente anche un grosso rompicoglioni.
Ha una moglie che lo sopporta da trent’anni e due figlie da un po’ meno.
Nel nuovo secolo l’aumentare a dismisura della sua circonferenza non ha però contenuto la sua verbosità.
Come tutti quelli che non hanno mai fatto una cippa preferisce fare il misterioso sul suo passato lasciando intendere chissà che cosa.
Nonostante sia fondamentalmente meschino ed invidioso come tutti i comunisti alla fine a piccole dosi risulta anche divertente.
Ad esempio la captazio benevolentiae è uno degli abituali e scontati mezzucci con cui tenta di dissimulare il suo infantile narcisismo.

 

© alpine sketches 2011